Il vampirismo continua a esercitare una particolare attrazione sul cinema contemporaneo, tanto che persino Bi Gan, nel suo Resurrection, gli dedica probabilmente la sequenza più emblematica del film. Al di là del genere, sembra emergere un’urgenza condivisa che porta diversi autori a interrogarsi nuovamente sullo stato dei corpi, sulla loro trasformazione e sulla possibilità di farli tornare al centro dell’immagine dopo aver utilizzato a lungo la macchina da presa soprattutto per raccontare storie. Company, terza regia di Casey Affleck e film in Concorso a Venezia 83, imbocca apparentemente questa strada, salvo poi scegliere un compromesso: il corpo (e con esso la carne) rimane una possibilità, mentre a dominare sono progressivamente il racconto e, soprattutto, la parola. Per Affleck si tratta del ritorno dietro la macchina da presa dopo Light of My Life, all’interno di una carriera registica breve e irregolare che ha comunque dimostrato una notevole versatilità. Dal mockumentary I’m Still Here, costruito attorno alla falsa deriva esistenziale di Joaquin Phoenix, si è passati al post-apocalittico di Light of My Life e ora a un gotico che moltiplica tempi e racconti.
A collegare esperienze apparentemente lontane rimangono uomini arrivati alla fine di qualcosa, costretti a misurarsi con ciò che resta quando identità, relazioni o persino il mondo conosciuto hanno ormai perduto la propria stabilità. Company radicalizza questa inclinazione attraverso una struttura a scatole cinesi, in cui si dispongono diversi momenti storici nel racconto. Affleck e Ron Hansen costruiscono così una doppia progressione, perché mentre il tempo del film avanza attraverso l’atto stesso del raccontare, la cronologia continua a precipitare nel passato, intuizione che potrebbe generare una vertigine quasi hitchcockiana, facendo della memoria un movimento capace di modificare continuamente ciò che abbiamo appena visto. Il problema è che le storie legate più direttamente al vampirismo arrivano sostanzialmente nell’ultimo atto, quando Company ha già consumato gran parte dei suoi 92 minuti attraverso una successione di soliloqui difficili da sostenere: la morbosità che dovrebbe accumularsi passando da un racconto all’altro rimane così prevalentemente enunciata, mentre il dispositivo narrativo continua ad aggiungere livelli senza riuscire a produrre un equivalente incremento della narrazione; così, il film entra in contraddizione con le qualità già mostrate dal suo autore, che qui appare sostanzialmente impalpabile: Affleck, che ha dimostrato di saper lavorare sui silenzi, sull’isolamento e sulla progressiva deturpazione fisica dei personaggi, scompare totalmente in un film che sembra diffidare costantemente della possibilità che un’immagine possa esistere senza essere accompagnata, preparata o interpretata dalle pedanti e insostenibili parole, restituenxo la sensazione che ogni attore interpreti uno spazio performativo, particolarmente evidente nei momenti di maggiore gravezza, quando ogni significato deve passare attraverso ciò che viene pronunciato.
È paradossale per un film interessato al vampirismo, dunque a una delle figure che più radicalmente permetterebbero di interrogare il corpo, il sangue, il desiderio e il decadimento: proprio quando avrebbe l’occasione di rendere fisiche le proprie ossessioni, Company affida al morso più brutto della storia del cinema la sua ragion d’essere. Rimane allora il rimpianto per un Casey Affleck che aveva saputo essere tutt’altro e che, tra lutto, memoria, trasformazione e racconti che sopravvivono alle persone che li pronunciano, avrebbe potuto trovare nel gotico una forma ideale. Peccato, però, che Company sia un passo falso assurdamente dimenticabile e soffocante.
2.0 out of 5.0 stars