Il ritorno dietro la macchina da presa di una leggenda del cinema del calibro di Werner Herzog (Leone d’oro alla carriera 2025) non poteva non passare per un impianto che incarnasse le due anime del suo cinema, estremo, fiabesco, idealista e selvaggio. Bucking Fastard vede le sorelle Mara, Kate e Rooney, nei panni di Jean e Joan, due gemelle omozigote che vivono sostanzialmente un’unica vita con due corpi.
Il discorso di Herzog parte proprio da questo assunto, che diventa il pretesto adottato dal maestro per provare a psicanalizzare la relazione con il proprio sé nella contemporaneità: esasperare il rifiuto della solitudine potrebbe in effetti tradursi in un matrimonio con la propria altra metà, un idillio apparente fatto di complementarità ostentata, come nell’esilarante scena in cui le gemelle cercano di pulire il pavimento con la scopa elettrica, usando una mano a testa per condurre l’elettrodomestico, bloccandosi tra le due poltrone del salotto, siccome non riescono a separarsi neanche per un istante, durante l’esecuzione del compito. Il rapporto tra Joan e Jean non è però dettato da regole, ordini o condizioni, ma dall’assoluta convinzione che la salvezza, intesa da un punto di vista realizzativo, sta nell’affidarsi ciecamente al sangue del proprio sangue, al proprio Yang (o del proprio Ying, a seconda del punto di vista con cui la si vuol vedere). Volendo interpretare lo studio psicanalitico di Bucking Fastard potremmo, volendo essere positivisti, intenderlo come una ribellione alla morbosità e al dolore inflitto (e auto-inflitto) che torna sempre più nel cinema contemporaneo, dai melodrammi, all’horror (i due film dei fratelli Philippou, Obsession…): alla tossicità dell’amore moderno, Herzog contrappone una visione fiabesca in cui siamo in grado di sdoppiare il nostro ego, aggrappandoci a noi stessi. Perché il suo non è un racconto legato alla morbosità della co-esistenza, quanto più a un metaforico rifiuto dell’individualità.
Dove risiede la soluzione? Forse, alla fine del tunnel, letteralmente. La crasi tra la commedia allucinata della prima metà di Bucking Fastard e l’esplorazione naturalistica della seconda, trovano una sintesi magistrale nella sequenza finale, in cui le due, armate di martelli e scalpelli, scavano per anni dentro una grotta in Irlanda credendo che alla fine del tunnel risieda una città fantastica, dove ogni ideale si fa legge, una sorta di Atlantide tra le rocce, che è, per inciso, l’immagine più herzogghiana che possa esistere. Lo fa passando per una struttura fiabesca, in cui l’esperienza pratica, talvolta in maniera picaresca, porta le eroine a nuove consapevolezze. Forse però, il vero limite dell’opera sta nell’assenza di una vera conclusione teorica, come se il filo del discorso si interrompesse, al termine di un viaggio che ricorda i più grandi picchi del cinema del regista bavarese, in cui l’idealismo dell’eroe, da Fitzcarraldo all’Uomo-Grizzly (circondato da una natura onnisciente) conduce alle gesta più sconclusionate, seppur vitali. In quest’ottica però, concludere l’avventura con un’epifania (ribadiamolo, molto fiabesca) da parte delle due donne, che accettano di aver trovato nell’amore della loro vita, una guida turistica nella grotta in cui hanno scavato per una vita (Orlando Bloom), la soluzione a ogni crisi esistenziale, a ogni logorante accettazione della loro condizione di “diverse”, risulta un controsenso: come può l’amore viscerale per sé stessi coincidere con l’amore esasperato (un po’ naif) per un uomo? Se non altro, Herzog ci lascia con un enigma (come spesso accade) e con un finale sorprendente, comico, irreale.
Voto:
3.5 out of 5.0 stars