El Deshielo di Manuela Martelli, presentato in anteprima il 14 maggio alla sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2026, è un film ossessionato dal tema dell’occultamento. Essenziale, glaciale ed emotivamente sobrio, si sviluppa non tanto come un dramma convenzionale quanto come un graduale processo di rivelazione, in cui verità sepolte cominciano ad affiorare con la stessa inevitabilità del ghiaccio che si scioglie. Martelli utilizza il paesaggio non solo come atmosfera, ma come struttura tematica: la neve, il gelo e il freddo diventano estensioni della repressione stessa, conservando ferite emotive e storiche in una quiete sospesa, mentre suggeriscono silenziosamente che nessun occultamento rimane permanente per sempre. Ambientato in Cile nel 1992, il film inizia con una ragazzina, Inés, ospite dei nonni, proprietari di un hotel vicino a una località sciistica isolata sulle Ande. Lì stringe amicizia con Hanna, una sciatrice tedesca in allenamento nella regione, prima che Hanna scompaia improvvisamente. La narrazione cambia poi quando la madre di Hanna arriva in città alla ricerca di risposte, cercando di ricostruire gli ultimi giorni prima della scomparsa della figlia. Tuttavia, Martelli resiste alla tentazione di trasformare il materiale in un dramma investigativo convenzionale.
Ciò che colpisce in modo particolare è il modo in cui Martelli complica quella chiarezza morale solitamente associata alle narrazioni della verità. In El Deshielo, l’occultamento non viene presentato esclusivamente come inganno o codardia. Il silenzio funge anche da strumento di conservazione, un mezzo attraverso il quale individui e comunità continuano a esistere nonostante la paura irrisolta, il senso di colpa o la complicità. Il film suggerisce ripetutamente che certe realtà possono sopravvivere solo in forma congelata, tenute a distanza per rimanere sopportabili. Eppure il tempo esercita la sua pressione. Come il ghiaccio che si indebolisce lentamente sotto il calore, la repressione diventa instabile e il passato comincia ad affermarsi attraverso sottili fratture nella vita quotidiana.
Inoltre, gran parte della complessità di El Deshielo deriva dal fatto che Inés rimane l’unica testimone degli ultimi istanti di vita di Hanna. La verità qui non esiste come certezza oggettiva, ma come qualcosa filtrato attraverso la prospettiva instabile di una bambina, una persona facilmente ignorata, messa in dubbio o fraintesa dagli adulti che la circondano. Martelli utilizza questa ambiguità non per minare la verità in sé, ma per complicare il modo in cui essa viene riconosciuta e convalidata. Il film torna ripetutamente sullo sguardo di Inés: primi piani prolungati dei suoi occhi, momenti in cui osserva in silenzio conversazioni che non riesce a interpretare appieno, la persistente immobilità della sua presenza all’interno dell’inquadratura. Questi motivi visivi la trasformano gradualmente in qualcosa di più di un’osservatrice passiva. Inés diventa la fragile portatrice di una realtà morale irrisolta che gli adulti che la circondano non riescono o si rifiutano di affrontare direttamente.
In modo incisivo, Martelli suggerisce che la verità non possiede necessariamente una forma fissa o pienamente conoscibile; essa sopravvive invece attraverso frammenti, impressioni e residui emotivi. Inés potrà anche essere una testimone inaffidabile in termini convenzionali, ma il film privilegia la sincerità rispetto alla certezza fattuale. Ciò che conta non è tanto la sua capacità di articolare gli eventi con assoluta chiarezza, quanto il peso morale di ciò che porta dentro di sé. In questo senso, El Deshielo si preoccupa meno di risolvere il caso della scomparsa che di esaminare il peso stesso dell’essere testimone.
Voto:
4.0 out of 5.0 stars