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Il Segreto del Giaguaro: rap alla coda alla vaccinara

Copyright: I.I.F. Distribuzione

Il Segreto del Giaguaro è un film totem per gli amanti della prima fase del rap italiano e uno degli omaggi più viscerali alla commedia sexy all’italiana degli anni ‘70. È sgangherato, triviale, girato come un film dell’asilo, ha il sapore di un paninaccio da bar di quartiere che il titolare ti ha assemblato alla bell’e meglio, magari arrabbiandosi con te perché “non era meglio se te lo facevi da solo a casa tua?”: non se lo è filato nessuno all’uscita e difficilmente tornerà mai di culto. In un’epoca in cui il rap italiano è diventato più che mai machista e performativo, quest’attitudine così caciarona e lasciva in cui i nostri più che barre sputano stornelli ci sembra quasi non essere mai esistita, ma per cui riusciamo comunque a provare nostalgia.

Siamo a Roma alla fine degli anni ’90, tra i tanti personaggi che bazzicano la multietnica Piazza Vittorio all’Esquilino c’è il Giaguaro. Le donne lo amano, gli uomini lo ammirano e si chiedono tutti il segreto del suo successo con le donne dato che non è bello, non è ricco e stando a chi c’ha fatto il militare insieme non è manco tutto sto mandingo. Intorno a lui tanti ragazzi, giovani e meno giovani, vivono le loro giornate tra sotterfugi per tirare a campare.

Il Segreto del Giaguaro è un film di fratelli, di sangue e non. Sono state due le coppie di fratelli di sangue ad idearlo. Da una parte i fratelli Zanello, Tommaso che tutti conoscono come Piotta (senza ‘er, mi raccomando) e Fabio, che dopo questa boutade di film si è dedicato ad una carriera di saggista e storico delle religioni fino alla sua prematura scomparsa nel 2022. Dall’altra i Manetti, Marco e Antonio che all’epoca giravano videoclip musicali anche per gli artisti presenti in questo film come Flaminio Maphia, Cor Veleno e lo stesso Piotta ma anche per altri pionieri del rap italiano come Joe Cassano e gli Assalti Frontali. I Manetti stessi, con il video di Supercafone, avevano contribuito a rendere Piotta un piccolo fenomeno italiano, frainteso da tanti, tantissimi ascoltatori che lo ritenevano un fenomeno da baraccone. Alla fine, questa fase sarà proprio la più felice e ricordata della sua carriera. La presenza di Piotta era l’unico traino commerciale possibile per il film al momento dell’uscita e infatti Supercafone è sparata a palla in ogni minuto. Non ha funzionato, il film dopo una distribuzione tremenda è tornato a cuccia con la coda tra le gambe. Con tutto l’affetto per le premesse il film è un castello di situazioni una più scema dell’altra.


Antonello Fassari debutta qui alla regia, con una prova molto acerba che resterà l’unica della sua carriera. Oltre che regista del film è Marione, gestore del bar dove si radunano il Giaguaro e i suoi quattro ammiratori. Nel suo futuro ruolo più popolare, Cesare de I Cesaroni, riprenderà tanto da questo film e dalla vicinanza con la scena rap romana: il mestiere, il carattere, il “che amarezza” che qui non esclama lui, la canzone Romadinotte che lui aveva inciso nel 1984 e che in una puntata della serie i Flaminio Maphia gli ruberanno. Sicuramente si sarà divertito.
Taiyo Yamanouchi è Ruggero detto Limoncello, che usa le carte del mahjong come tarocchi e insieme a Torello (G-Max) organizza truffe finendo in mezzo a intrighi dinastici toscani, Cerino (Enrico Salimbeni) è coinvolto in un poliziottesco alla Tomas Milian dove ce ne fosse uno di attore gangster a parlare con un accento credibile, Lando Buzzanca compare dal nulla chiedendo al Giaguaro di aiutarlo nel risolvere i suoi problemi di impotenza (ed è forse l’unico a fare qualcosa vagamente simile al concetto di recitare in tutto il film) con risvolti incredibili. Ma l’apice di tutto questo gioco dell’oca è Muffa, interpretato da Davide Maria Belardi che tutti poi avremmo ricordato (con una lacrimuccia) come Primo Brown, che da rapper sfigato di borgata diventa amico di Kurtis Blow (il vero Kurtis Blow passato di lì per fare un favore ma che nel 2000 aveva già passato i suoi tempi migliori) prendendosi la sua rivincita sul rivale borioso sceso da Milano.

Il Segreto del giaguaro ha fin troppo chiari i suoi riferimenti: i poliziotteschi all’amatriciana, le commedie mezze erotiche in cui parlare di sesso in maniera scema è meglio che confrontarcisi davvero, quel clima da Ristorante La Parolaccia in cui si è tutti fratelli e tutti nemici. Suona oggi razzistissimo nella sua rappresentazione spontanea e conviviale di una Roma che diventava meta di migranti da ogni parte del mondo. Del risultato non gliene poteva fregare nulla a nessuno, dei soldi (che non sono arrivati) forse sì, forse no. È stata sicuramente un’esperienza da ricordare per tutti quelli che vi hanno preso parte, spesso estranei al mondo del cinema e che verrà ricordato con nostalgia da chi ne ha sentito parlare, amante del rap italiano e del cinema popolare italiano, guardando ai tanti che ci hanno lasciato prima del tempo.

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