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Vacanze d’Inverno: il peccato originale del cinepanettone

Vacanze d’Inverno esce nel 1959, d’estate. Pochi mesi prima era uscito Racconti d’Estate di Gianni Franciolini, un film episodico, su un’Italia che nel decennio successivo alla fine della guerra riesce a riprendere il respiro e a godersi le meritate ferie dopo un anno di duro lavoro.

Un cast corale comprendente tra gli altri Alberto Sordi, Michèle Morgan, Marcello Mastroianni e Sylva Koscina, il golfo del Tigullio, storie di tradimenti, poveri che cercano di spillare soldi ai ricchi, finti ricchi che in qualche modo i soldi li devono trovare e altri intrallazzi, in formato panoramico e in Eastmancolor, per sognare ancora più in grande una vita che forse sarà più misera di quel che sembra, ma almeno permette di farsi belli con gli altri.
Funziona d’estate, funzionerà d’inverno. Stessa formula corale, stesso ambiente vacanziero ma ovviamente in sede diversa. Chi ad agosto va in villeggiatura in Liguria, passerà la settimana bianca a Cortina, chi col caldo ama andare in barca, con la neve scia. Raggruppiamo quindi un po’ di attori del film precedente, aggiungiamone altri ed ecco Vacanze d’Inverno.

Prodotto da Ermanno Donati per De Laurentis, diretto da un tranquillo mestierante di commedie, fedelissimo di Totò, Camillo Mastrocinque, passerà alla storia come il film che ha spintto i Vanzina e De Sica figlio a realizzare Vacanze di Natale nel 1983, anch’esso ambientato a Cortina e anch’esso uscito pochi mesi dopo una commedia estiva, Sapore di Mare.
Siamo al Grand Hotel di Cortina nell’ultima settimana dell’anno. Maurizio (Vittorio De Sica) è il concierge dell’hotel e vede passare davanti a sé i molteplici volti dell’Italia. Il ragionier Moretti (Alberto Sordi) è un piccolo borghese, a Cortina con la figlia adolescente vincitrice di un concorso radiofonico. È popolano, apprensivo e infantilizzante nei confronti di sua figlia, incapace di rapportarsi con l’alta società. Proverà a sedurre una contessa (Eleonora Rossi Drago) rimettendoci soldi, la Seicento appena finita di pagare e la faccia davanti a sua figlia, che però grazie a questa esperienza potrà finalmente essere più libera e considerata dal padre come una ragazza matura e risoluta, e non come una bambina.

Il marito della contessa (Pierre Cressoy) corrompe Maurizio per avere una baita in cui portare una giovane che vuole sedurre, senza sapere però che questa è proprio la figlia del portiere, che irrompe nel pieno della serata rispedendo il viscido dalla moglie. Un’attricetta (Dorian Gray) vuole incastrare il suo amante sposato per rendere pubblica la relazione e farsi mettere l’anello al dito. La signora Taddei (Michèle Morgan) è trascurata dal marito imprenditore e spinta dalle amiche concede un po’ di margine di manovra all’istruttore di sci Gianni (Renato Salvatori) per poi tornare sui suoi passi una volta tornato il marito.

Sordi è chiaramente il mattatore del film, fulcro di tutto, ben più di De Sica, e sarà di ispirazione sia per Amendola (il popolano romano capitato lì e vistosamente a disagio) che per Jerry Calà (marpione pronto a puntare le gentildonne) nel suo successore. Sordi è al decimo film girato nell’arco di un anno, la stanchezza si sente, non è certo la performance migliore della sua carriera, eppure, il ragionier Moretti è una figura sicuramente più amabile del resto dello squallore che vediamo. Lui è capitato lì per un colpo di fortuna nemmeno suo, ma di sua figlia che invece è più intelligente, spigliata e sicuramente più assennata del padre. Dove lui è completamente incompatibile col contesto e finisce nel risultare ridicolo in ogni cosa che fa, spendendo i soldi che non ha per conquistare una donna che lo considera poco più che un saltimbanco, lei fa subito amicizia, trova un ragazzo gentile e con la testa sulle spalle (e quanto futuro c’è in quella frase finale, se dovessi venire a studiare a Roma, mi piacerebbe passare a trovarvi) e copre pure il tentativo di tradimento del padre agli occhi della madre (che appare per tre secondi e ha probabilmente ispirato tutte le bisbetiche romane da Verdone in giù). Un’Italia diversa si respira nella scena rispettosa e reverenziale in cui si intravede il ministro, prima criticato e poi adulato da Sordi. In quale altro film italiano un politico può sembrare così rispettato ed emergere per dignità davanti ad un comune cittadino?

De Sica interpreta un personaggio dimesso, servile e squallido. Un C.C. Baxter meno ambizioso e con meno pudore, lontano da quel sorriso smagliante che spesso l’attore portava nelle sue commedie. Non c’è il De Sica seduttore qui, c’è il De Sica col cappello in mano che si è ballato un po’ troppi soldi al casinò. Concede previo pagamento la casa come nido d’amore clandestino e dimostra perfino un cuore vagamente tenero nella sua aridità concedendo il pegno dell’automobile al ragioniere, sembra fare tutto per Soldi ma alla fine nemmeno sembra importargli molto. Quel moto di pudore quando vuole sottrarre la figlia dalle grinfie del ricco predatore, rassicura l’Italia bacchettona ma dà al film un tocco melodrammatico abbastanza inutile (se siamo qui è colpa di entrambi papà).

L’episodio della starlette che si porta dietro i paparazzi per incastrare l’amante è di una noia mortale, non lascia un minimo di quel divismo farlocco che si respira in queste commedie, certo fa sorridere il riferimento al divorzio ufficializzabile in Messico (a De Sica sicuramente fischiarono le orecchie).

È invece l’episodio con Renato Salvatori a lasciarci più interesse. L’attore stava sicuramente tentando una carriera diversa, lontana dl ruolo di belloccio sempre col desiderio di andare in buca. Voleva insomma lasciarsi dietro Poveri ma Belli, per arrivare a Rocco e i suoi Fratelli. Il personaggio, quindi, non è il classico maestro di sci che accalappia le mogli appena i mariti si girano, è un bambinone cresciuto, che prova un sentimento sincero verso la donna sposata ma che sembra troppo timido e trattenuto per concretizzarlo. Lei ama sinceramente il marito, è spinta dall’amica comune all’intrallazzo (e qui Vanzina ha sicuramente preso per le dinamiche tra Stefania Sandrelli e Marilù Tolo nel film dell’83) che però non vuole concretizzare e quando il marito torna, il suo sollievo è evidente e sincero.


Vacanze d’Inverno forse non voleva vendere agli italiani un sogno. Forse voleva quasi metterli in guardia da quel mondo altoborghese che qualcuno iniziava timidamente a sognare. Le avventure vacanziere si cercano ma non si concretizzano mai, e sembrano stare tutti meglio proprio per questo. L’estetica da televendita del film dell’83 faranno sembrare quel mondo più desiderabile di quanto non abbiano fatto il formato 2,35:1 e l’Eastmancolor di questo film. La canzonetta dei titoli di testa non vediamo l’ora che finisca, al contrario della falcata in sci con Moonlight Shadow in sottofondo. Alberto Sordi e figlia sono felicissimi di tornare finalmente a casa, senza automobile, in treno e forse con un nuovo membro in famiglia, sperando in una quotidianità migliore. Il film dei Vanzina ci invitava invece a sognare e sognare ancora, forse insensatamente, come Jerry Calà che guarda dalla finestra pensando non vedo l’ora che arrivi l’estate.

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