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‘Supergirl’ e il fallimento sistemico dei cinecomic al femminile

Copyright: Warner Bros.

Nel fine settimana cinematografico appena concluso, Supergirl, atteso cinecomic DC che porta sul grande schermo le avventure di Kara Zor-El, non è riuscito a prendere il volo, con un incasso inferiore ai 70 milioni globali al suo esordio globale (potete leggere tutti i lati completi del box-office del weekend qui). Il risultato deludente è sicuramente figlio di un’accoglienza tiepida della critica (56% su Rotten Tomatoes) e di un passaparola non esaltante tra il pubblico (B- al Cinemascore). Tuttavia, inserendo il dato in una prospettiva più ampia, il quadro diventa più nitido.

Dal primo Superman – Il film (1978) sono stati realizzati oltre 180 film tratti dai fumetti, eppure meno del 10% ha come protagonista una figura femminile. Un divario culturale dalle radici profonde: sebbene negli anni ’40, in seguito al boom del fumetto classico americano, i fumetti registrassero un pubblico vastissimo e omogeneo (nel 1944 l’86% delle ragazze under-18 era lettrice di comics), i personaggi femminili restavano prevalentemente accessori rispetto agli eroi maschili, confinati spesso nel ruolo di interesse romantico o mere figure derivative.

Questo squilibrio si è trasferito quasi integralmente sul grande schermo: analizzando i dati economici e di ricezione, i film corali registrano un profitto cash-on-cash medio del +47% e un 64% di recensioni positive su Rotten Tomatoes; quelli con protagonista maschile mostrano un +29% di ritorno economico e il 59% di accoglienza positiva da parte della critica. I cinecomic al femminile, pur ottenendo una percentuale di recensioni positive non lontana (52%), chiudono in media con una perdita del -41%.

Sul fronte degli incassi globali il divario è ancora più marcato: tra i 5 maggiori successi al maschile figurano Spider-Man: No Way Home (1.9 miliardi di dollari), Black Panther (1.3 miliardi), Deadpool & Wolverine (1.3 miliardi), Iron Man 3 (1.2 miliardi) e Aquaman (1.1 miliardi). La top 5 dei maggiori incassi al femminile è formata da Capitan Marvel (1.1 miliardi), Wonder Woman (823 milioni), Black Widow (379 milioni), The Marvels (206 milioni) e Birds of Prey e la fantasmagorica avventura di Harley Quinn (205 milioni): tre titoli su cinque, tra questi ultimi, si configurano come autentici flop commerciali.

Supergirl non rappresenta quindi un’eccezione isolata, ma l’ennesimo segnale di una difficoltà strutturale del genere nel valorizzare appieno le figure femminili e catturare l’interesse del grande pubblico. Le uniche due vere eccezioni rimangono ancora oggi Wonder Woman (2017) e Capitan Marvel (2019), film che hanno potuto beneficiare di un contesto irripetibile: il film di Patty Jenkins si avvaleva della curiosità generata dall’esordio sul grande schermo di una delle più grandi icone pop moderne, il secondo ha invece cavalcato l’apice della Avengers-mania antecedente Endgame, con tanto di lancio nella post-credit di Avengers: Infinity War.

Se da un lato è quindi apprezzabile il coraggio editoriale di Gunn e Safran nell’aver scelto questo titolo come secondo capitolo del neonato DCU, da un punto di vista economico si è trattato di una scommessa – persa – ad altissimo rischio. Non solo nel genere dei cinecomic, anche nell’action opere recenti illustri come Furiosa: A Mad Max Saga (2024) e Ballerina (2025) hanno incassato nettamente meno rispetto alle loro controparti maschili, confermando il trend e il flop commerciale.

Il vero superpotere necessario a queste eroine, quindi, non sembra più essere il volo, il coraggio o la forza sovrumana, bensì la capacità di raccontare storie femminili potenti senza alienare il pubblico di massa. Finché Hollywood non saprà risolvere questo delicato problema, il destino di questi film al femminile resterà, purtroppo, avvolto in un cielo carico di nubi.

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