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Shaun Vita Da Pecora – Operazione Z.U.C.C.A: una conclusione adeguata per la trilogia

Shaun Vita Da Pecora – Operazione Z.U.C.C.A: una conclusione adeguata per la trilogia

Copyright: Lucky Red

La Aardman Animations, famosa per Wallace and Gromit e Galline in fuga, torna con il terzo film basato su Shaun Vita Da Pecora. Preceduto da Shaun, vita da pecora – Il film e Shaun, vita da pecora: Farmageddon – Il film, arriva il terzo film della trilogia; Shaun Vita Da Pecora – Operazione Z.U.C.C.A.

“Con ogni film vogliamo espandere il mondo di Shaun e portarlo in nuove direzioni per non ripeterci. Il primo film lo ha portato nella grande città, il secondo nel genere sci-fi. Questo era l’occasione perfetta per farlo con il genere horror e le atmosfere di Halloween.”

Racconta Matthew Walker, regista assieme a Steve Cox. I quali hanno realizzato un’opera degna del franchise. Un’ impresa non scontata se pensiamo al panorama cinematografico moderno che continua a produrre sequel industriali spesso svuotati dall’animo artistico. Una strategia che dovrebbe rendere il successo quasi ovvio, ma che spesso sfocia nel banale. Nell’universo di Shaun Vita Da Pecora, vediamo un approccio al genere ed alle tematiche sempre all’avanguardia. Nel primo film lo vediamo immergersi nel caos della metropolitana, nel secondo entriamo nel genere sci-fi, per poi arrivare all’horror. Il cuore di Shaun Vita Da Pecora – Operazione Z.U.C.C.A risiede nel modo in cui vengono rielaborati i codici dell’horror classico anni ’80. La trasformazione involontaria del Farmer in uno “yeti” a causa di una pozione di crescita per zucche diventa dunque un pretesto per scatenare la farsa visiva della classica folla con i forconi, ricordando in parte Shrek. Ma anche un film della stessa Aardman, la quale nel 2005 produsse Wallace & Gromit: La maledizione del coniglio mannaro, anche qui vediamo una pozione che trasforma il padrone in un mostro peloso, seppur si tratti di due realtà diverse.

Si tratta di una comicità e di una leggerezza in grado di raccontare una satira sociale. La paura del diverso vista in più opere e racconti, su tutti nelle tante iterazioni di Frankenstein, viene dunque raccontata solamente attraverso le azioni. Il film rimane fedele ai suoi predecessori, adoperando la scelta di rinunciare totalmente ai dialoghi verbali. In parte scontato, ma non del tutto, ci troviamo comunque in un epoca in cui le battute e le sovra spiegazioni dominano il cinema d’animazione Hollywoodiano. Questa coerenza ci porta a una visual comedy che, grazie all’orchestra di Natalie Holt, composta da suoni e versi riesce a superare qualsiasi barriera linguistica. Le gag visive e le azioni rimangono azzeccate, in grado di far capire anche allo spettatore più giovane le intenzioni dei personaggi. I quali però verso il terzo atto iniziano a risultare a tratti ripetitivi, venendo percepiti più come dei filler.

“Sapevamo che il pubblico va dai bambini agli adulti. Volevamo un po’ di tensione e spavento, ma non troppo. Ogni volta che c’era un momento spaventoso, lo stemperavamo subito con la comicità per fare sentire il pubblico al sicuro.”

Un po’ come Shaun che combina un guaio, per poi tentare immediatamente di risolverlo. Un po’ come il passo indietro nei confronti della CGI, utilizzata per Farmageddon. Shaun Vita Da Pecora – Operazione Z.U.C.C.A. ci regala invece le imperfezioni dell’impronta umana. La quale ha visto dei ritmi di produzione più che serrati. Matthew Walker e Steve Cox possedevano infatti ben quarantasette set simultanei, che dovevano essere conclusi entro otto mesi. Non si tratta dunque di un’estetica nostalgica puramente retrò, bensì di una coerenza visiva che possa avere uno stampo. Uno stampo che subito, come anche altre case di produzione come Laika, richiamano sin da subito il suo creatore. Un’idea che in qualche modo si allontana dal cinema d’autore, per abbracciare una produzione riconoscibile. Non che la nota autoriale non sia possibile. Autori come Tim Burton, che hanno lavorato con lo stop-motion, vengono infatti immediatamente ricollocati. La questione, tuttavia, si estende ad un ambito più ampio. Si tratta di portare avanti un universo in cui sì, i registi possono modificarne l’aura, ma senza toglierne la radice essenziale. Dopotutto per quanto si parli di stop-motion, questo discorso riguarda anche i film non animati che devono avere un sequel. I quali non possiedono lo stesso regista, infatti la carriera di Steve Cox e Matthew Walker si trova ancora nella fase iniziale. La stessa cosa non si può dire per Charles Copping, direttore della fotografia dei precedenti capitoli, ci spiega infatti:

“Una delle cose che attraversa tutti i nostri film è che tutto deve sembrare in-camera e credibile. Deve essere tangibile, come se esistesse davvero davanti alla telecamera. Puoi fare tutti gli effetti visivi che vuoi, ma la materia deve essere reale.”

Voto:
3.5 out of 5.0 stars

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