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RoFF 21 – Sense of Water: la prigione di vetro di Rasoulof

RoFF 21 – Sense of Water: la prigione di vetro di Rasoulof

Dopo il clamoroso successo de Il seme del fico sacro, opera che critica il governo iraniano, premio Speciale della Giuria a Cannes 2024 e candidato all’Oscar per la Germania,  Mohammad Rasoulof torna al cinema con il suo primo film girato interamente in esilio. Si tratta di un mediometraggio semiautobiografico girato dopo la sua rocambolesca fuga dall’Iran per evitare la condanna a 8 anni di carcere. Presentato in anteprima mondiale al Festival di Rotterdam 2026 e sostenuto dal Displacement Film Fund di Cate Blanchett, Sense of Water, arriva in Italia alla 21esima edizione del Festival del Cinema di Roma. Un’opera in grado di segnare una vera e propria svolta concettuale nel cinema d’opposizione. Sense of Water sembra essere una dedica non solo a coloro che soffrono in Iran, ma anche a tutti gli altri registi e artisti iraniani che vivono la medesima esperienza.

“Vorrei cogliere l’occasione per esprimere le mie condoglianze al popolo iraniano per i massacri compiuti dalla Repubblica Islamica e condividere con loro un profondo dolore”

Dichiara infatti Rasoulof a Rotterdam, che per la prima volta non parla della repressione politica solo in senso fisico o giudiziario, ma ne affronta la dimensione linguistica e psicologica dell’espatriato. Il quale come lui possiede una duplice vita, quella passata che rimane in corso anche se non è presente e quella nel nuovo paese. Una vita che il protagonista interpretato da Ali Nourani, troverà presto alienante. Proprio perché esilio non è soltanto la perdita geografica della patria, ma anche una frattura tra parole e sentimenti. Quando Ali ricostruisce la sua nuova vita in un’altra lingua, in questo caso il tedesco, capisce il significato logico delle parole. Ma ne perde l’adesione intima ed emotiva ad esse

“La mia esperienza vissuta in esilio è stata il punto di partenza. All’improvviso mi sono reso conto che la prima cosa che avevo perso era la capacità di percepire le parole in modo profondo, immediato e intimo in una seconda lingua. L’esilio non è solo l’assenza di patria, ma una rottura tra parole e sentimenti, tra linguaggio ed esperienza.”

Vediamo varie scene in cui la ragazza, interpretata da Behnush Najibi, gli insegna ad associare le parole. Rendendolo un processo quasi infantile, in cui un uomo deve reimparare da capo a capire il tatto, l’olfatto, il gusto e tutto il resto. In una scena lei lo benda per fargli provare prima una lampada e poi del limone, con l’obiettivo che associ a queste sensazioni la nuova parola. Missione per Ali non molto semplice, proprio perché ad esempio la parola paura in tedesco lo spaventa meno di quella in farsi. Rasoulof ricrea dunque questa barriera linguistica, più che culturale con cui devono fare i conti le persone che espatriano.

Parlando di lingua, Ali è uno scrittore che ha sempre scritto in farsi, ma la ragazza gli suggerisce di iniziare a scrivere in tedesco, oppure il suo libro verrà tradotto. Creando dunque un’ ulteriore alienazione che l’autore prova. Si tratterrebbe infatti come dice lui stesso di un libro che non è più suo. Il dilemma morale diventa così fratturato nel restare al sicuro oppure tornare e lottare rischiando il carcere. Una scelta che gli intellettuali si ritrovano ad affrontare ogni giorno.

Questa narrazione si consuma inizialmente in una città tedesca per poi spostarsi nel nord Europa, dove la coppia voleva vedere l’aurora boreale. L’ambientazione dell’apparente vacanza evoca una metafora visiva che riesce a leggere l’animo di Ali. Il vetro rappresenta infatti la trasparenza, ovvero la prigione invisibile in cui si trova. Mentre l’isolamento il buio della notte polare rispecchia il vuoto emotivo del distacco dalla propria terra. A tutto questo si aggiunge una bufera, evocando dunque la tempesta di rabbia che il protagonista si porta dentro. Ed il tutto attraverso una fotografia fredda, necessaria, per rendere visibile lo stato d’animo di Ali. Uno spazio congelato, che ricorda in parte i temi della solitudine di Bergman, dove la natura rigida riflette il blocco dello scrittore.

Regalando dunque allo spettatore una nuova prospettiva rispetto a chi è costretto a lasciare il paese. Sense of Water vuole infatti parlare al cuore ma anche abbattere le barriere, quest’ultime create da chi non è in grado di comprendere l’emotività di questi artisti. Un nuovo tipo di sopravvivenza al sicuro, ma al contempo non sicuro per poter esprimere la propria arte attraverso la madrelingua.

Voto:
3.5 out of 5.0 stars

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