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A Knight of the Seven Kingdoms e l’arte dei simboli

Copyright: HBO Max

Uno dei fattori comuni, nell’ambito delle tradizioni seriali o di franchise particolarmente estesi, riguarda senz’altro la capacità di edificare dei mondi complessivi che sappiano reggere il peso degli anni, dell’abbondanza, addirittura della pluralità di sguardi. Probabilmente, ciò si configura come l’unica ancora di salvataggio possibile rispetto a quella forza eccentrica che ogni saga porta con sé e che, molto spesso, garantisce anche il crollo verticale di produzioni “collegate”, e ancor più ciò diventa attuale nel mercato televisivo, o meglio dove la serie televisiva viene concepita come “completamento”, come “appendice” di una produzione cinematografica. Chiedere a Star Wars, alla Disney e a tutta la miriade di addetti ai lavoro ciechi al prodotto dell’altro quali siano le coordinate di un fallimento di enorme portata che, del resto, poteva essere lo stesso dell’intero franchise tratto dalle celebri Cronache del Ghiaccio e del Fuoco di George R.R. Martin.

Le premesse c’erano tutte per fallire nuovamente sul (piccolo) schermo, con l’ultima disastrosa stagione di Il Trono di Spade e con la seconda di House of the Dragon che aveva già distrutto in partenza il lavoro del suo creatore, per questo motivo allontanato dalle logiche produttive della serie. Il terzo tentativo – al netto di spin-off, prequel teatrali e addirittura videogiochi pronti a espandere l’intero franchise – nel mercato seriale è targato HBO con A Knight of the Seven Kingdoms, una serie che si sofferma sui 90 anni prima degli eventi che hanno portato Robert Baratheon al potere e agli equilibri delicatissimi di Il Trono di Spade. Protagonisti sono Dunk ed Egg, a modo loro due estranei del mondo di Westeros, così come del resto la serie stessa (fin dal suo sottilissimo formato di 6 puntate da 30 minuti, per una durata complessiva di 3 ore) si pone come “esterna” rispetto alle dinamiche della corruzione, della manipolazione e del gioco dei troni che tanto hanno appassionato gli spettatori negli anni. E mai scelta fu più metaforicamente esatta nel primo episodio, quando – con il tema di Il Trono di Spade che echeggia fiero di sottofondo – la serie si burla dello spettatore, mostrando il protagonista, alto e goffo, nell’atto della defecazione. L’espulsione corporale sarà poi un oggetto costante dell’intera serie, sempre molto impegnata nel ragionare sul tema della deiezione, del “liquame”, del putrefatto che abita un mondo che non ha mai conservato dei presupposti positivi nella letteratura di George R.R. Martin, con lo sterco che si accompagna all’urina, al vomito, alla flatulenza e soprattutto a quella capacità di mostrare costantemente lo sporco, il fangoso, lo storpio. I (pochi) personaggi di A Knight of the Seven Kingdoms sono costruiti a partire da una volontà di de-epicizzare la portata del racconto, anche quando questo – in virtù della forza che il franchise impone – tende ad accogliere delle scelte memorabili di messa in scena.

Non ci stupisce, allora, lo sguardo critico e mediatico complessivo sulla serie, che premia sì quarto e quinto episodio (addirittura con la stucchevole guerra a distanza per abbassare i rating e per non rendere Nel nome della madre l’episodio meglio votato di sempre, superando così Ozymandias), ma che risulta piuttosto tiepido nel valutare gli altri, “rei” – per così dire – di una leggerezza troppo diffusa, di un trattamento poco epico della materia. Ebbene, a partire dalle pagine che adatta in maniera piuttosto fedele, pur con qualche cambiamento nella collocazione dei singoli eventi, A Knight of the Seven Kingdoms segue pedissequamente la volontà del suo autore di concedere un attimo di respiro a quel mondo costantemente devastato di Westeros, in cui il gioco della politica, delle casate, addirittura dei silenti ma incombenti Estranei continua sì a esistere, ma viene posto in secondo piano rispetto alla vicenda molto più nicchiata dei protagonisti di questo piccolo scorcio. Non sacrificando mai la complessità, neanche dal punto di vista scenografico, e associando al tema dell’erranza (dunque, per definizione, il visitare ogni luogo) il suo senso d’essere, la serie TV HBO si concentra però in un micro-mondo possibile, dove convergono tutti gli attori della solita storia di Il Trono di Spade, pur se posti temporalmente in un’epoca in cui i Targaryen erano ancora al comando e attiravano l’odio, la ribellione silente e il disprezzo della classe cittadina.

Ed è grazie ad una grande perfezione simbolica che tutto ciò si rende possibile: che si tratti della moneta appesa all’albero nell’ultimo episodio (nel rendere metaforicamente il motto secondo cui ogni cavaliere esiste lì dove c’è una storia da raccontare), o di tantissimi riferimenti all’araldica e alla cavalleria che abbondano lungo tutta la serie, c’è una grande capacità di portare in scena la parentesi di un mondo di cui non si svela – se non nella scena della previsione di una fattucchiera – mai didascalicamente il futuro o il collegamento ad altro che non sia A Knight of the Seven Kingdoms, ma lo si rievoca per mezzo di una serie di riferimenti che possono o meno esser colti, pur senza modificare l’esperienza di visione. In questo micro-universo si premiano molto le regie dei singoli episodi, capaci di affidare all’assenza di sfarzo e orpelli tecnici il senso d’essere di un “luogo tranquillo”, esattamente quello in cui vorrebbe vivere Egg, e che trova nei due protagonisti interpretazioni, chimica e grande capacità ironica che non ci si aspetterebbe di certo come lasciapassare da un progetto simile. Con un buon cliffhanger nel finale dell’episodio, che ribadisce del resto quanto i temi della cavalleria e del saper sopravvivere in un mondo violento siano sempre attuali nel mondo di Westeros, l’attenzione per il futuro è elevata, ma siamo anche sicuri che con A Knight of the Seven Kingdoms verrà difficilmente delusa.

4.5 out of 5.0 stars
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