Eli Roth vive da anni una crisi da cui sembra difficile riprendersi: dopo horror famosi ed influenti come Cabin Fever e Hostel la sua carriera è proseguita in maniera altalenante, fino al vero e proprio flop assoluto di Borderlands, nel 2024, seguito dal nuovo film Ice Cream Man che finora ha incassato a malapena il necessario per non andare in perdita. Per quanto riguarda quest’ultima fatica, tuttavia, alla qualità infima del film stesso e alle posizioni apertamente sioniste sul genocidio in Palestina che hanno accompagnato tutte le ultime dichiarazioni del regista si aggiunge un nuovo fattore di perplessità, come se non bastasse: l’utilizzo, inizialmente nascosto nonchè di pessima fattura, di IA generativa.
Provare a individuare una “trama”, per un film del genere, pare quasi impossibile: c’è un gelataio inquietante, ci sono dei bambini che impazziscono mangiando i suoi gelati, c’è un protagonista un po’ imbranato che rimane lucido insieme a pochi altri e deve sopravvivere. Cercare qualsiasi livello di profondità aggiuntiva, che vada oltre quelli che sembrano livelli di un pessimo videogioco che possiamo solo osservare, sarebbe un’impresa. Il film passa da una sequenza all’altra senza nessun tipo di costruzione o coerenza, incastra maldestramente situazioni ripetitive e banali nel tentativo palesemente disperato di allungare un film che sarebbe potuto durare al massimo un quarto d’ora: i bambini impazziti uccidono adulti in modi sempre più cruenti, i protagonisti scappano da una stanza all’altra della loro scuola fino a quando non riescono ad uscire e a scoprire un modo per sconfiggere il gelataio. Sarebbe interessante fornire più dettagli su queste scene, se ce ne fossero: l’unica cosa che vale la pena approfondire è la messa in scena, che senza nemmeno prendere in considerazione l’elemento IA, di cui parleremo a breve, è risibilmente pigra e sbagliata sotto qualsiasi punto di vista prettamente tecnico e formale; manca spesso coerenza spaziale tra le inquadrature, che sono comunque basilari; i dialoghi sono involontariamente demenziali, tra reazioni umane inspiegabili e battute che falliscono miseramente, e le scene più violente, per quanto estreme e potenzialmente disturbanti per una fetta di spettatori, sono talmente ostentate che nel complesso risultano abbastanza sterili e fastidiose. A tutto questo si aggiunge, per l’appunto, l’utilizzo massiccio di IA generativa, a cura della casa di produzione VFX DarkHalf.
Oltre a tutta una serie di effetti speciali implementati in scene reali, tra cui uno degli incendi più patetici che si sia mai visto in un film, ci sono due occasioni dove ogni singolo elemento su schermo è interamente generato dall’IA: alcune sequenze animate che imitano i primi film di Mickey Mouse e un flashback di circa 5 minuti che spiega le origini del gelataio. Nonostante risulti ovvio per qualsiasi persona anche minimamente abituata a vedere contenuti AI-generated, Roth ha inizialmente provato a nascondere del tutto questo aspetto, dichiarando di aver disegnato personalmente le bozze per poi affidarle ad “alcuni professionisti di animazione” per renderlo più fluido: poco tempo dopo, una volta scoperta la bugia, ha minimizzato attribuendo l’IA a “una piccola parte di pochissime scene del film, per sfruttare l’opportunità di intrecciare tecnologia e creatività”. È chiaro che anche senza l’IA il film sarebbe stato comunque pessimo; in un periodo come questo, pieno di horror più interessanti come Weapons o Backrooms, un film banale e poco ispirato come Ice Cream Man non può trovare spazio. Tuttavia, proprio questo elemento è il vero punto focale del film, quello attorno a cui non può che ruotare tutto il resto: anche senza scadere in posizioni di rifiuto totale dell’IA, a fronte di diversi esempi recenti che dimostrano il potenziale di un simile elemento nella riflessione cinematografica, è inevitabile riconoscere che questo film ne fa soltanto un modo per risparmiare tempo e denaro, sacrificando creatività e valore artistico; sarebbe ridicolo pensare a ragioni più profonde in difesa di questa scelta.
È ironico come Eli Roth sembri quasi creare inavvertitamente lo scheletro di un discorso paternalistico sulla tecnologia, con un gelataio che ipnotizza bambini attraverso gelati e cartoni AI-generated, ma in realtà anche solo concedere questo beneficio del dubbio significherebbe dare troppa dignità al film; se proprio volessimo ragionare in questo senso, d’altronde, sarebbe più giusto dire che Eli Roth stesso, girando il film come un bambino troppo cresciuto, faccia parte dei poveri ipnotizzati.
Voto:
0.5 out of 5.0 stars