Dark Mode Light Mode

Bo Burnham: Inside e il controllo vestito di disordine

Una panoramica generale sul lockdown e sulla pandemia, uno sguardo intimo alla vita e alla complessiva di un artista, un invito a fare attenzione ai simboli.
Bo Burnham: Inside e il controllo vestito di disordine Bo Burnham: Inside e il controllo vestito di disordine

You should not laugh.
The world is not funny.

Quando, il 3 giugno 2016, lo spettacolo Make Happy fa il suo esordio sulla piattaforma di streaming Netflix a seguito di un biennio in tour, Bo Burnham conosce uno degli spartiacque della sua carriera: il fenomeno commerciale che l’aveva accompagnato, tanto da attirare addirittura l’attenzione del colosso dello streaming, incontra una condizione psicologica sempre più instabile; già preda di costanti attacchi d’ansia, il cantante e stand-up comedian inizia a sperimentare episodi di panico sul palco, a sua detta “non esattamente il luogo giusto dove vivere” esperienze simili. Ciò, accanto alla necessità di dedicarsi maggiormente alla scrittura (nel 2018 viene distribuito il suo esordio dietro la macchina da presa, Eight Grade, un film semi-autobiografico che racconta il periodo puberale), determina la decisione comunicata proprio a seguito dell’arrivo dello spettacolo su Netflix: smettere, presumibilmente, di dedicarsi a spettacoli dal vivo. 

Il lavoro su se stesso lo porta a un possibile cambio di rotta all’inizio del 2020, quando decide di tornare a esibirsi dal vivo, ma l’evento globale che ne consegue – e che ha certamente bisogno di poche presentazioni – frena ogni sua aspettativa di palcoscenico, trasformando la sua stanza (la stessa con cui si concludeva Make Happy, in un’ideale continuità che attraversa non soltanto le sue dimensioni audiovisive, ma che per certi versi si rende addirittura generazionale) nell’unico teatro possibile di Bo Burnham: Inside, uno spettacolo scritto, diretto, fotografato e musicato dello stesso (non più) stand-up comedian e prodotto, nuovamente, da Netflix. 

Il sociologo polacco Zygmunt Bauman sosteneva che una delle maggiori cause dei problemi contemporanei risiedono nell’incapacità di dedicarsi all’introspezione, estraniando da sé quei pensieri più cupi nei quali, talora, è necessario annegare e ricercando nell’altro (fisicamente o digitalmente tale) la valvola di salvezza; è un passaggio particolarmente necessario da approfondire, nel periodo della pandemia da Coronavirus, che ha imposto un nuovo modello esistenziale non soltanto nelle diverse abitudini di quotidianità e, di conseguenza, di vita, ma anche nella funzione stessa dell’esercizio del pensiero, potremmo dire ancora in una rimodulazione della dimensione e dell’occupazione del tempo; una ricerca australiana, pubblicata da The Lancet e condotta da docenti dell’Università del Queensland, dimostra un aumento esponenziale dei casi di disturbi d’ansia e di depressione: rispettivamente, un picco di 76 e 53 milioni di casi aggiuntivi in tutto il mondo, con un incremento del 26% dei disturbi d’ansia previsti e del 28% di manifestazioni depressive in tutto il mondo. Quella di Bo Burnham: Inside, immediatamente definita una sintesi estrema del periodo della pandemia, incarna perfettamente ciò che il lockdown da Coronavirus è stato, ma non solo: è la risposta necessaria a un bisogno di affrontare lateralmente la questione, raccontando la pandemia non nelle sue declinazioni sistemiche e di cronaca, quanto più racchiudendo, in un percorso costante di abbandono alla paranoia, ognuno dei suoi effetti.

A ben vedere, Bo Burnham non è nuovo a un lavoro di questo genere: racchiudere la panoramica esteriore dei disastri globali e tentare di sintetizzarla nella nota di un pianoforte avveniva già nello spettacolo what, quando introduceva il brano più breve del suo repertorio esclamando “this first song is called A World on Fire”, poi urlando e premendo tasti casualmente, poi proseguendo con “next song…”.

Dovremmo ridere di tutto ciò che accade nel mondo? Lo stesso Make happy si apriva, del resto, con una voce robotica femminile che elencava tutti i disastri globali: quale modo migliore per mettere il pubblico a disagio? Proseguendo su una medesima linea di compresenza tra tragedia e (sua) derisione, Bo Burnham sembra costantemente essere immerso in un senso di ambivalenza che declina la sua stessa carriera, e la pandemia – che del resto è l’apoteosi del disastro sociale, per l’amplificazione domestica che ne deriva – gli offre il destro per la più grande espressione della sua poetica, per certi versi (che ci sarà un altro spettacolo o meno) per il suo canto del cigno artistico. Ecco che Bo Burnham: Inside porta sullo schermo tutto il vasto armamentario del comico e cantante: dalla cultura dell’immagine social allo schiavismo della piattaforma, passando per il sexting, le videochiamate con i genitori, la paranoia imperante, la paura di invecchiare – e dunque di morire -, l’inconsistenza di tutto ciò che si crea e tanto altro. 

In uno dei brani più impegnati di Inside, in compagnia del suo calzino, Bo Burnham parla di “spazi liminali”, concettualmente degli spazi di transito privi di soggetti che generano un certo senso di inquietudine e di nostalgia, nella cultura di Internet connessi a un fenomeno del 2020, quando su 4chan venne pubblicata una creepypasta accompagnata da un corridoio vuoto e decorato con carta da parati.

Ciò che maggiormente è oggetto del nostro interesse, però, non è puramente narrativo: Inside è il limite massimo a cui un artista come Bo Burnham può tendere, nel bene e nel male, soprattutto in termini più strutturali. L’esigenza di raccontare, e raccontarsi, permea gran parte della nuova scuola di autori, e basti pensare a un volto d’Oltralpe (Quentin Dupieux) per ritrovare un’interessante riflessione a proposito della necessità di immergere totalmente se stessi nell’oggetto artistico che si sta generando: nel caso specifico di Mr. Oizo, le opere vengono scritte, dirette, montate e fotografate, in una prima fase della carriera addirittura musicate, per avere pieno controllo di quella che è la propria macchina creativa, parafrasando il regista francese “per sentire davvero propria un’opera”. E caso vuole che la pandemia, il periodo storico in cui sperimentare è legittimo – secondo stime del World Economic Forum, a livello globale, la pandemia avrebbe generato 133 milioni di nuove opportunità occupazionali -, Bo Burnham diventa factotum della sua opera, quasi fagocitandola e diventandone egli stesso parte; quella che era un’impostazione già nota della carriera del comico, che affidava alla povertà del palcoscenico e di alcuni simboli come il microfono una certa ritualità ieratica, diventa magnificata nel teatro/stanza, la forma-immagine più vicina all’idea della caverna di Platone, dove tutto finge di essere messo in disordine, soltanto perché oggetto di un maniacale controllo. Perfezionismo, pianificazione di ogni dettaglio, impossibilità di delegazione, ipercriticismo (anche verso se stessi) sono tutti sintomi della mania che si manifesta, minuto dopo minuto, all’interno dello speciale, che riesce così a disvelarsi nella sua duplice natura: da un lato, l’apertura costante verso la paranoia e la concretizzazione di un fenomeno di small words (cioè di riduzione alla dimensione più claustrofobica di tutti i problemi del mondo, dunque esattamente ciò che la pandemia è stato nella sua misura più sociale di rapporto all’altro); dall’altro, la presa coscienza di quel controllo dell’artista, che si misura in ogni dettaglio più irrilevante: dalla disposizione delle luci all’utilizzo del proiettore, passando per i numerosissimi formati utilizzati nello speciale – che abbonda di split screen, di tagli quasi-quadrati che richiamano l’estetica dello smartphone – con esempi manifesti di una pianificazione e di un montaggio tutt’altro che “claudicante” (come avverte fintamente Bo Burnham all’inizio dello speciale), che si mostrano ad esempio nel brevissimo fotogramma al 13° minuto di Inside, che richiama la sequenza di gaming successiva in cui il comico paragona il videogioco che prova – in cui comanda se stesso con pochi tasti che gli permettono di piangere, suonare il pianoforte e poi tornare a piangere – a Death Stranding per quanto noioso (e a voler dirla tutta citare il titolo di Hideo Kojima, il videogioco per eccellenza in grado di rappresentare la pandemia, non è casuale, pur nel contesto di una semplice battuta).

Un fotogramma estemporaneo che compare al 13° minuto di Inside, anticipando la sequenza successiva posta nella seconda metà dello speciale; un duplice richiama sia alla bruciatura della pellicola, nel modo e nel luogo in cui viene disposto in digitale, sia ai celebri fotogrammi pornografici di Tyler Durden in Fight Club.

E quando, alla fine del suo speciale, Bo Burnham ha finalmente liberato se stesso e si è svelato nel suo essere depresso, appare allora – concretamente e letteralmente – nudo, lasciando al dominio della macchina da presa, che pur compare nelle scene allo specchio o nella sequenza in cui piange (defilandosi) con uno zoom in post-produzione che inquadra la camera sfuocata, l’espressione del reale protagonismo di Inside. Così come Stanley Kubrick disseminava simboli fallici nel suo Arancia Meccanica, turbando lo spettatore e facendogli percepire che qualcosa fosse fuori posto, Bo Burnham sembra fare lo stesso con l’intera architettura del suo lavoro, perfettibile nel suo disordine, maniacalmente controllato nella sua dimensione più caotica, interrotto e castrato sul più be

It’s almost over
It’s just begun.
Articoli citati

Alistair Smout (2021) – Pandemia. Boom di ansia e depressione tra giovani e donne, su Aogoi, https://www.aogoi.it/notiziario/archivio-news-pandemia-ansia/;
Miriam Castelli (2022) – I Nuovi Lavori ai Tempi del Coronavirus, su Exportiamo.it, https://www.exportiamo.it/settori/1292/i-nuovi-lavori-ai-tempi-del-coronavirus/;
Mania del controllo: che cos’è e come può essere trattata (2024), su Santagostino Psiche, https://www.santagostino.it/magazine-psiche/mania-controllo/;
Andrea Indiano (2024) – Cosa c’è dietro il fenomeno horror delle Backrooms, su Wired, https://www.wired.it/article/backrooms-cosa-sono-foto-originale-film/;

Post precedente
running man

"The Running Man" si aggiudica un pericoloso Rated-R

Post successivo

Torino Film Festival 2025: presentato il programma completo della 43esima edizione