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Il gatto col cappello: Warner Bros. tira fuori il gatto dal cilindro con un film per famiglie vivace e toccante

Il gatto col cappello: Warner Bros. tira fuori il gatto dal cilindro con un film per famiglie vivace e toccante

Copyright: Warner Bros.

There’s no place like home. Il reboot delle avventure del Gatto col Cappello ha trovato la sua forma cinematografia più brillante grazie a una nuova pelle, quella animata. Il progetto, fortemente voluto dai vertici dirigenziali Warner per rilanciare la spaesatissima Warner Bros. Animation (recentemente vessata dalle cancellazioni di Coyote Vs Acme e Un’avventura spaziale – Un film dei Looney Tunes e dal flop colossale de La battaglia dei Rohirrim), rilancia il popolare brand per bambini ripartendo dalla cosiddetta “linea Toy Story“, in un’opera che riassume e rielabora lo schema drammaturgico della saga Pixar, trasformandola in un racconto per famiglie incentrato su creatività e crescita.

Il Gatto col Cappello viene incaricato di aiutare due fratellini, Gabby e Sebastian, che si sono appena trasferiti in un quartiere nuovo, cresciuti dalla loro madre single. Gabby ritiene sua madre responsabile per tutto quello che ha perso, cambiando scuola e abbandonando i suoi amici e la banda in cui suonava la tromba. La piccola eroina è una splendida protagonista Gen Z, che litiga furiosamente con la madre all’inizio del film, vomitandole addosso un grido di protesta: “Non hai un’anima artistica come me!“, palesando sin da subito lo sguardo sulle nuove generazioni della coppia di registi e sceneggiatori Erica Rivinoja e Alessandro Carloni: il loro è il ritratto di una Gen Z incapace di vivere di conseguenza, o con leggerezza. Ribaltando da subito l’idea per cui, in una storia di formazione incentrata su un grande cambiamento, i bambini debbano accettare passivamente la novità, venendo subordinati alle volontà dell’adulto. Una bambina-artista nata nel XXI secolo non può permettersi questa leggerezza. E il divertentissimo Gatto col cappello, una pila elettrica che i bambini ameranno, elemento magico in carne e ossa, vive per tirare fuori il bambino interiore che il mondo adulto (qui mostrato prima “triste e mesto”, in bianco e nero, poi come una dimensione le cui forme si modellano su quelle di documenti, bollette, scontrini e libretti delle istruzioni IKEA) reprime e spesso cancella. Perché il film di Rivinoja e Carloni vive di tutto ciò che il momento storico in corso sta provando a spegnere: colori, creatività, fantasia. Non c’è posto come casa, nel Gatto col cappello di Warner Animation perché le quattro mura di un appartamento microscopico bastano a due bambini e un gatto antropomorfo per creare infiniti mondi, fatti di pozzanghere di ricordi andati, immense e imprevedibili come galassie; quella del film, è un’avventura che spazia tra mondi colorati, divertenti ed entusiasmanti da esplorare al fianco dei protagonisti (tra i quali non si possono non citare i fantastici “Cosi”, che fanno un po’ da “Minions” della situazione, e l’esilarante side-kick del Gatto, il pesce rosso Waffles).

Il Gatto col Cappello riesce, in effetti, a consegnare al pubblico di famiglie un titolo coinvolgente, malinconico e sagace, che cerca con tutto sé stesso di tenere dentro la storia grandi e piccini, grazie al personaggio della madre (doppiata in originale da America Ferrera), accusata da Gabby di aver rifiutato la propria indole creativa, scegliendo di svolgere un lavoro qualunque; in un momento storico nero per la sanità – sia pubblica che privata – negli Stati Uniti, è centrale mettere in evidenza il problema anche attraverso un prodotto per i piccolissimi, perché la nota di merito del bel progetto distribuito dalla neonata Warner-Skydance sta proprio nel tentativo di dare centralità a una tematica sociale oggi più che mai cruciale, rendendo un’infermiera newyorkese un’eroina: la madre non ha scelto quel lavoro reprimendo degli istinti creativi, li ha solo incanalati in un mestiere socialmente utile.

La lezione più grande del Gatto col Cappello, riducendo tutto a una morale esplicita, come nelle figure della fiaba di Propp, è legata alla poliedricità della creatività: essere artisti non è l’unica strada per potersi ritenere realizzati nella vita. Restituire qualcosa al prossimo, tendere la mano, è forse la più nobile delle soluzioni. Proprio come fa il Gatto, che è un terapeuta.

Voto:
3.5 out of 5.0 stars

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