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Intervista a Emmanuel Marre, regista di “Un uomo del suo tempo”, premiato a Cannes 79

Intervista a Emmanuel Marre, regista di “Un uomo del suo tempo”, premiato a Cannes 79

Foto: Stephan Cardinale - Corbis

Presentato in concorso al Festival di Cannes, Un uomo del suo tempo (Notre salut) racconta la quotidianità di Henri Marre, bisnonno del regista, funzionario pubblico che negli anni del collaborazionismo e della Repubblica di Vichy, fu testimone oculare di alcuni dei più significativi eventi storici della Seconda Guerra Mondiale e dell’occupazione nazista della Francia.

Il film uscirà prossimamente al cinema con I Wonder Pictures, che ci ha gentilmente concesso di intervistare Emmanuel Marre, premiato a Cannes con il “Prix du scénario“, il premio alla miglior sceneggiatura.

L’intervista

Lei è partito da un archivio familiare e il fatto di rinvenire uno scambio epistolare di questo tipo già credo che sia eccezionale. Ma avere l’opportunità e la fortuna di poterlo trasformare in un film credo sia ancora più incredibile. Com’è stato poter riportare in vita il suo bisnonno, potergli dare un un nuovo corpo, una nuova voce? 

Emmanuel Marre: Beh, innanzitutto mi sento forse anche un po’ colpevole oggi perché forse non avrebbe meritato il grande successo che sta avendo oggi. Forse mi sento un po’ in colpa. Comunque, la cosa che mi ha molto colpito quando ho cominciato a leggere queste lettere è stata proprio la qualità della loro scrittura siccome, avendo letto anche altre corrispondenze dell’epoca, mi sono accorto che era una cosa abbastanza ordinaria. Ancora oggi, rimango ancora molto affascinato dal lavoro di qualità e dalla bellezza, dal talento che queste persone riuscivano a tradurre in parole bellissime, incarnando i propri pensieri.
Ormai io scrivo tutto col cellulare. Per esprimere uno stato d’animo, uso una emoji. Vedere che loro riuscivano a descrivere in maniera così dettagliata quello che gli passava per la testa, non rende i miei bisnonni eccezionali: non erano particolarmente bravi in questo, siccome, ribadisco, tutti gli scambi che ho avuto modo di leggere erano dello stesso livello. 

Il punto centrale di questo film era trovare un equilibrio tra quella che, come dici tu, è una storia familiare, quella del mio bisnonno, al punto tale che a un certo punto ho pensato che non fosse neanche necessario usare il “nostro” cognome. Pensai: chiamiamolo soltanto “Monsieur Henri”.Non volevo raccontare la storia della mia famiglia per megalomania. Volevo raccontare quel personaggio per connetterlo a quello che invece succedeva in maniera più diffusa all’interno della società dell’epoca. Ed è per questo che abbiamo aggiunto al film degli elementi di finzione. Non tanto perché volevamo raccontare la storia del mio bisnonno, quanto più perché volevamo raccontare quella che era un po’ la situazione generale di tante centinaia o decine di migliaia di “Monsieur Henri” che sono esistiti e che lavoravano per l’amministrazione francese all’epoca.

E per quanto riguarda la componente emotiva, legata alla mia famiglia: circa 15 anni fa ho trovato questa scatola. Cioè, mia zia mi ha dato una scatola con dentro 300 lettere: una lunga corrispondenza epistolare fra i miei fra i miei bisnonni.
Attraverso la lettura di quelle lettere ho avuto l’impressione di aver spalancato una specie di finestra su quella che era la la vita quotidiana delle persone dell’epoca, di come le persone che non partecipavano alla resistenza, hanno vissuto quel quel periodo.
Se c’è una cosa che può un po’ spiegare quello che è il mio rapporto poi con questa “storia familiare” è che non me ne sono mai vergognato. Essendo il suo bisnipote, non mi esalterei sapendo di essere il parente di un resistente, né tantomeno proverei rabbia sapendo di essere legato a una persona comune.
Ricordo però che quando andavo al liceo, quando avevo 14-15 anni, il periodo in cui si arriva a studiare la Seconda Guerra Mondiale, spesso i professori ci chiedevano se tra di noi ci fosse qualcuno che avesse avuto dei parenti che presero parte alla resistenza. La maggior parte della della classe alzava la mano, io non l’ho mai alzata. La dice lunga su come in Francia ci sia una sorta di dissociazione collettiva per quanto riguarda la Seconda Guerra Mondiale e quello che è successo durante il collaborazionismo. Come se ci fosse ancora un trauma collettivo che ancora non è stato superato del tutto.

E poi, voglio precisare che quando ho scoperto la storia del mio bisnonno, ho sempre cercato di analizzarla guardando i fatti, quello che era successo. Naturalmente è da condannare. Però, nel momento in cui io ho trovato le lettere, non avevo idea delle cose che l’amministrazione nella quale lavorava il mio bisnonno facevano. Non avevo alcuna idea di quanto fossero direttamente coinvolti nella creazione di campi di lavoro e nella deportazione degli ebrei.

Nella Francia di oggi ci sono buone probabilità che una forza politica di estrema destra possa arrivare fino alla Presidenza della Repubblica. Le vorrei chiedere se nel fare questo suo affresco della Repubblica di Vichy ha tenuto conto dell’attuale momento storico e come ne ha tenuto conto e se vede degli elementi di continuità o di analogia tra il passato e l’adesso.

Emmanuel Marre: Abbiamo cominciato a scrivere e a pensare al film nel 2023 e in parallelo, fino alla fine della sua realizzazione, abbiamo visto crescere ahimè moltissimo l’estrema destra in Francia. A quel punto non potevamo fare a meno di porci questa domanda. Anche perché consultando materiali trovati negli archivi storici, a volte ci trovavamo di fronte a dei documenti che mi facevano dire “Ma questo è un volantino scritto ieri o è un ordine amministrativo che risale al 1940?”. Non l’abbiamo messo nel film, ma una delle leggi proposte dalla commissione per la lotta contro la disoccupazione, era detta “legge di soppressione” che prevedeva il taglio degli stranieri indesiderati in sovrannumero all’interno della popolazione francese.

Per noi l’idea, il punto centrale del film, era come creare uno spazio cinematografico e non semplicemente un volantino politico. Un’opera che raccontasse sì, il mio punto di vista, ma che al contempo lasciasse poi allo spettatore anche lo spazio per farsi delle sue idee su quanto accaduto ai tempi della Repubblica di Vichy. Questo film a mio avviso non è un processo, un’istruttoria. Lascio decidere al pubblico. Questa è la mia prospettiva di uomo di sinistra. Non volevo raccontare soltanto i grandi slogan o quei grandi avvenimenti mediatici che sono accaduti, volevo mostrare anche quali possono essere poi le conseguenze di alcune decisioni.

Se, come è scritto nel programma dell’estrema destra (la cosiddetta “preferenza nazionale”), con la loro vittoria il nuovo governo deciderà che chi ha la doppia nazionalità non sarò più un cittadino uguale uguale agli altri, tanto per dire avresti la possibilità di denunciare un tuo collega che è stato promosso al lavoro semplicemente perché ha la doppia nazionalità, o perché è straniero. È quello che si vede nel mio film, quando viene ridotto il salario al dipendente ebreo.  

Come mai la scelta di usare brani musicali contemporanei nel film? 

Emmanuel Marre: In primis, abbiamo preso questa decisione per far uscire il film dalla sua seriosità. In secondo luogo, in Un uomo del suo tempo racconto la vita di tutti i giorni delle persone. E la vita è fatta di tante cose, non solo di momenti seri.

Nelle lettere ho scoperto una cosa (che poi non ho messo nel film). In una lettera la mia bisnonna raccontava al marito che a un certo punto i tre figli a casa avevano messo su la musica e avevano cominciato a ballare come dei pazzi dentro casa. Alché mi sono messo ad ascoltare alcuni brani dell’epoca e nessuno mi faceva venire voglia di ballare come un matto. Non mi sembravano musiche adatte a uno sfogo di quel tipo. Volevo dunque una musica che servisse anche ad avvicinare un po’ il pubblico. Anche perché la musica è uno strumento potentissimo per far sentire le cose con maggior intensità.

Nella scena della visita del Maresciallo Pétain, la scelta musicale contemporanea è stata presa per cercare di far capire come si sentissero tutte quelle persone. Avendo visto le immagini originali dell’episodio storico, ho avuto l’impressione che tra il pubblico si respirassero due arie ben distinte e in contrasto tra loro: da un lato il fervore di chi era fiero di star assistendo a quel momento, dall’altro c’erano molte persone a disagio. E per me quella musica, Live is Life degli Opus, è fantastica. Tutti avrete visto le immagini di Maradona che palleggia con quel sottofondo. Sono delle immagini fantastiche e secondo me in quel momento del film quel brano lì serviva a quello.

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