Massimiliano Bruno si conferma autore comico tra i più prolifici dell’industria del cinema italiano, realizzando, a pochi mesi dall’uscita di Due cuori e due capanne, Un tranquillo funerale di famiglia, remake di Funeral Party (2007) del grande Frank Oz, sceneggiato da Dean Craig. Il riadattamento nostrano vede un cast di sole stelle (o stelle emergenti) del panorama comico (cinematografico, televisivo e cabarettistico) italiano: Claudia Pandolfi e Pietro Sermonti sono accompagnati da Edoardo Ferrario, Beatrice Arnera, Stefano Fresi, Dino Abbrescia, Carlo Amleto, Carlo Buccirosso, Diego Abbatantuono e la divina Stefania Sandrelli, qui, messa in ombra da una scrittura non particolarmente al suo servizio e, in assoluto, poco brillante. Alcuni improbabili membri di una facoltosa famiglia romana si incontrano nella tenuta del patriarca, un magistrato ed ex parlamentare, morto in seguito a una lunga malattia. Chiaramente, la commedia scritta da Bruno a quattro mani con Edoardo Maria Falcone viene edificata su delle fondamenta affini a quelle dello stile irriverente di Frank Oz, con equivoci e capovolgimenti di fronte che fanno da padroni assoluti del racconto.
In assoluto, Un tranquillo funerale di famiglia soffre dell’insostenibile leggerezza di un cast di stelle assolute, tutte con uno stile interpretativo, nel contesto della commedia, unico e, malauguratamente, disfunzionale se abbinato a quello degli altri. La troppa eterogeneità taglia le gambe al film prodotto da Rai Cinema, che soffre del mal assortimento tra i membri del cast, eccezion fatta per i camaleontici Buccirosso, Pandolfi e Sermonti, che riescono abilmente ad adattarsi alle fisime cabarettistiche dei colleghi. I vari Abbatantuono, Arnera, Fresi, sembrano portare in scena quegli sketch, quei tormentoni e quegli stilemi che li hanno resi celebri in altri contesti. Praticamente, Abbatantuono è stato semplicemente “preso in prestito” da un Attila flagello di Dio qualunque, o da un Eccezzziunale… veramente di turno. Ben più intimoriti dal confronto con colleghi più esperti (mattatori veri), invece, Ferrario e Abbrescia, chiamati a recitare più seriosamente del dovuto, anche e soprattutto per esigenze drammaturgiche. Si tratta, volendo addentrarci in discorsi più strettamente legati all’aspetto critico (in tutti i sensi) dell’opera, è impossibile negare alcune intuizioni per nulla scontate nel disilluso, timorato e povero di idee contesto della commedia italiana contemporanea. Su tutte, quella di raccontare attraverso l’archetipo della riunione di famiglia le zone d’ombra della vita privata del patriarca morto, dei suoi gusti sessuali e, inevitabilmente, della sua vita extra-coniugale. Per di più, i figli del defunto (Pandolfi e Sermonti) ci tengono a specificare che il padre fosse un abile parlamentare che per più di trent’anni ha scaldato la sedia elettorale, passando, di legislatura in legislatura, da un partito all’altro. Un cinema italiano che punta il dito contro la classe dirigente, ha da piacerci sempre, soprattutto considerando che l’anteprima romana di Un tranquillo funerale di famiglia arriva in concomitanza con la più grande manifestazione popolare nazionale (quella per il Caro Vita, tanto per informare le vittime di censura e oscurantismo all’ascolto) della Storia della Seconda Repubblica.
Ma in assoluto, come molte altre commedie di successo degli ultimi tempo, il film di Massimiliano Bruno pecca di quella spocchiosa convinzione di essere capaci di “ribellarsi” al politicamente corretto (che è un concetto astratto) proponendosi come contraltare, senza però rendersi conto di star propinando al pubblico un consueto, frustrante, specchietto per le allodole. L’ultima nota davvero rilevante per la commedia nostrana in epoca post-Covid, resta il brillante Una notte in corsia di Giovanni Dota, con Carlo Buccirosso e Lino Musella: una commedia nera (per davvero) che ci costringe a riflettere su precarietà, malasanità (pubblica e privata) e alienazione lavorativa, riuscendo per una volta a ridere della morte e con la morte.
Voto:
2.0 out of 5.0 stars