Presentato in anteprima al New York Film Festival e al BFI London Film Festival, Artificial di Luca Guadagnino arriva carico dell’urgenza di un mondo sempre più preoccupato dalla propria obsolescenza tecnologica. Raccontando l’ascesa di OpenAI e la tumultuosa lotta di potere che ha accompagnato la breve destituzione di Sam Altman dalla carica di amministratore delegato, il film cerca di individuare le contraddizioni etiche dell’intelligenza artificiale nelle personalità di coloro che ne sono responsabili dello sviluppo. Eppure, nonostante la sua attualità, Artificial si rivela meno audace di quanto il tema trattato potrebbe suggerire.
Mentre Queer e After the Hunt si avventuravano nei territori più oscuri della coscienza umana, coltivando un’intimità inquietante con protagonisti le cui contraddizioni morali resistono a facili risoluzioni, Artificial opta per una denuncia relativamente lineare e prevedibile dell’ambizione tecnologica. Andrew Garfield è, come sempre, eccezionale. La sua interpretazione di Altman coglie la sconcertante sfuggentezza di un uomo le cui convinzioni pubbliche e le cui ambizioni private sembrano perennemente in contrasto, mentre Yura Borisov conferisce a Ilya Sutskever un avvincente mix di idealismo e apprensione. Monica Barbaro, Mark Rylance e Ike Barinholtz completano un cast chiamato a mettere in scena le tensioni ideologiche e personali che si celano dietro una delle iniziative tecnologiche più determinanti del nostro tempo. Garfield, in particolare, coglie quella peculiare recita di sincerità che definisce il potere tecnocratico contemporaneo: la capacità di presentare l’interesse personale come una necessità storica e l’ambizione personale come un servizio all’umanità. La difficoltà, tuttavia, sta nel fatto che Artificial raramente si spinge oltre quel che il suo pubblico conosce già, o almeno sospetta. Per chiunque abbia seguito anche solo in minima parte il dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale, gli avvertimenti del film riguardo all’ambizione sfrenata, all’interesse personale delle aziende e alla ricerca sconsiderata della supremazia tecnologica non sono certo rivelatori.
La sua posizione morale viene stabilita fin dall’inizio e ribadita con crescente insistenza, lasciando poco spazio all’ambiguità che avrebbe potuto rendere le sue questioni etiche davvero inquietanti. Il pericolo non sta nel fatto che Guadagnino non riesca a riconoscere la posta in gioco, ma che confonda la loro urgenza con la loro complessità. Il film espone le proprie argomentazioni in modo abbastanza convincente, ma la convinzione non equivale all’intuizione. Risulta particolarmente frustrante, vista la recente capacità di Guadagnino di calarsi nella mente di personaggi profondamente sgradevoli. In Queer, il desiderio diventa uno strumento di autodistruzione, trascinando gli spettatori in un mondo interiore tanto seducente quanto scomodo. In After the Hunt, la certezza morale si frantuma sotto la pressione di narrazioni contrastanti, coinvolgendo lo spettatore proprio nei giudizi che il film lo invita a formulare. Entrambi i film comprendono che i protagonisti più avvincenti non sono necessariamente quelli con cui simpatizziamo, ma quelli le cui contraddizioni mettono a nudo qualcosa di inquietantemente riconoscibile in noi stessi. Artificial, al confronto, mantiene i propri soggetti a una distanza più sicura. I suoi personaggi sono avvincenti come attori storici, ma lo sono meno come enigmi psicologici. Siamo invitati a scrutare il loro comportamento senza esserne mai sufficientemente coinvolti.
Dal punto di vista visivo, il film risulta decisamente più sicuro di sé. Le composizioni impeccabili di Guadagnino, le superfici levigate e gli spazi architettonici eleganti evocano un mondo di efficienza senza attrito, in cui l’ambizione umana viene rappresentata con lo stesso linguaggio freddo e asettico della tecnologia che essa cerca di far progredire. C’è un’artificialità deliberata nella sua estetica, la sensazione che le superfici del film siano state progettate per eliminare proprio quelle imperfezioni che rendono l’esperienza umana difficile da quantificare. Eppure questa precisione formale mette anche a nudo i limiti del suo approccio. Il mondo di Artificial appare sintetico, ma le sue idee raramente acquisiscono la stessa inquietante stranezza. Il suo linguaggio visivo allude a un futuro in cui l’esperienza umana potrebbe essere snellita, ottimizzata e, in ultima analisi, subordinata ai sistemi tecnologici; la sua narrazione, nel frattempo, rimane ancorata a un vocabolario morale familiare. L’ironia è che un film incentrato sull’intelligenza artificiale avrebbe potuto a sua volta trarre beneficio da una forma di intelligenza più radicale: una forma disposta a resistere alla rassicurante chiarezza delle proprie conclusioni. Le questioni relative all’IA non riguardano semplicemente il fatto che i suoi creatori siano sufficientemente etici o che il progresso tecnologico abbia superato la responsabilità umana. Riguardano il nostro desiderio di rinunciare al giudizio, la nostra brama di comodità e la possibilità inquietante che i sistemi che costruiamo non facciano altro che amplificare impulsi che preferiremmo non riconoscere in noi stessi.
Si tratta di questioni che richiedono più di una semplice drammatizzazione dell’arroganza aziendale. Richiedono un’analisi delle condizioni sociali e psicologiche che rendono possibile tale arroganza. Artificial rimane un film riuscito e degno di nota, non da ultimo perché la recitazione di Garfield e l’intuito visivo di Guadagnino conferiscono una forza palpabile a una tematica altrimenti familiare. I suoi moniti sono validi, la sua urgenza innegabile. Ma in un momento in cui l’intelligenza artificiale minaccia di mettere in discussione i nostri presupposti più fondamentali sulla creatività, l’autonomia e la coscienza, il film sembra sorprendentemente accontentarsi di dirci ciò che già sappiamo. Guadagnino ha dimostrato, in altre occasioni, un interesse per ciò che è moralmente scomodo e psicologicamente sfuggente. Qui, di fronte a un argomento che avrebbe potuto richiedere proprio quelle qualità, si accontenta della chiarezza di un monito. Il risultato è un film le cui ansie sono del tutto giustificate, ma la cui immaginazione raramente va oltre di esse.
Voto:
3.0 out of 5.0 stars