Passando da Cannes, da Toronto e dal Festival di San Sebastián, Ceniza en la bocaarriva finalmente in Italia alla 21esima edizione del Festival del Cinema di Roma. In concorso nella sezione Progressive Cinema, il film di Diego Luna tenta di raccontare una realtà che oggi ci tocca più vicino che mai. La verità sull’immigrazione e la nuova vita che comporta. L’opera inizia con un trauma. Adriana Paz (già vista in Emilia Pérez), che interpreta la madre Isabel, lascia i suoi due figli, Lucila (la protagonista dell’opera), interpretata da Anna Díaz, e suo fratello Diego, in Messico con i nonni. Ma la narrazione ci catapulta subito a Madrid, “azzerando” gli otto anni di lavoro illegale della madre e mostrando direttamente il contraccolpo emotivo subito dai ragazzi.
A Madrid la famiglia si ricongiunge, ma Isabel è ormai un’estranea che la stessa figlia chiama per nome invece che pronunciare la parola madre. Proprio perché si è dovuta fare da madre da sola, a sé stessa e soprattutto a Diego. Di cui si fa carico costantemente. L’amore non è svanito, ma soffocato dal tempo perduto. La sceneggiatura scritta a sei mani dallo stesso regista, Abia Castillo e Diego Rabasa, vuole mantenere un approccio più neorealistico possibile. Anche nella regia stessa Luna rifiuta il pietismo per dare spazio ad una storia vicino al documentario. Seguiamo infatti Lucila nella sua quotidianità, un modo per renderci conto quanto possa sentirsi sola ed al contempo trattata diversamente, pur parlando la medesima lingua. La regia non vuole dunque trasmettere pietà, bensì mettere a disagio lo spettatore occidentale.
Le vere difficoltà della protagonista sembrano essere legate al fratello Diego. Lucila lavora inizialmente come babysitter per una famiglia benestante, ma fatica a mantenerne l’impegno a causa di suo fratello che continua a mettersi nei guai a scuola. Ciò non giova di certo al lavoro, infatti le viene detto:
“Se avessi saputo della tua situazione familiare, avrei assunto qualcun’altra”
Sono proprio questi gesti a mostrarci che paesi come la Spagna sono solo apparentemente dei porti sicuri, poiché rischiano di invisibilizzare chi viene accolto. Infatti Lucila non vuole questa vita e ben presto si trasferirà a Barcellona, sperando in una maggiore indipendenza e in una svolta di vita. Ma i lavori che continua a fare confermano costantemente lo stereotipo, consegne a domicilio e assistenza ad una anziana. Oltre all’affitto da pagare, succede un fatto traumatico che la riporterà in Messico. Spezzando così il sogno Europeo. Il regista ci tiene infatti a sottolineare quanto Ceniza en la bocarispecchi la situazione geopolitica che stiamo vivendo:
“È la storia di una migrazione messicana, che non è la solita, perché normalmente la migrazione è verso nord, verso gli Stati Uniti. Tuttavia, questa migrazione ha incontrato una resistenza crescente: prima la violenza che i migranti subiscono, poi i discorsi d’odio di Donald Trump.”
Anche se si tratta di una tematica non presente, lo spettatore può aspettarsi che per Isabel sia stata questa la scelta più consona. Una scelta che successivamente Lucila inizierà a comprendere. Quando si ritroverà da sola e sfrattata comprende il sacrificio e inizia a riconoscersi nella madre. Accanto a questi eventi di ruotine vediamo anche qualche spaccato di svago. Uscita con le amiche, il fidanzato, ma solo con Diego sembra esserci una vera profondità di rapporto. Questo accade anche con la madre, ma in tal caso rimane una scelta azzeccata, proprio perché non condividono questo rapporto così profondo.
Risulta infatti spesso ripetitivo il mostrare solo i lati negativi della vita di Lucila, che sicuramente si consumano maggiormente, ma non danno un quadro a 360 gradi della sua personalità. Il poco che riusciamo a captare è quando continua a mentire al ragazzo con cui esce, fingendo di frequentare l’università. Ma cosa dice alle amiche? Come le ha conosciute? Rimangono molti aspetti della sua sfera personale in secondo piano. Il relazionarsi con la famiglia, anche quando torna in Messico sembra essere l’unica parte di lei nella sua vita, cosa inesatta perché per quanto possano essere rapporti fugaci fanno parte di un’analisi di come di come riesca ad ambientarsi in Spagna. Questo effetto è dovuto alle intenzioni di Luna, che voleva mostrarci come lei fosse isolata dalla società spagnola. Un’idea interessante e azzeccata che però ha rischiato di tralasciare molte sfumature. D’altronde lo dice il regista stesso:
“Quando non comprendiamo correttamente la migrazione, ci perdiamo qualcosa che potrebbe essere meraviglioso, uno scambio potenzialmente arricchente.”
Voto:
3.0 out of 5.0 stars