Free, love, win: basterebbero le tre parole attraverso cui viene concepita la nuova identità del Sun per individuare il movimento che alimenta Ink, film d’apertura e in concorso a Venezia 83, con cui Danny Boyle adatta la pièce di James Graham dedicata alla trasformazione del giornalismo britannico alla fine degli anni Sessanta. È il 1969 quando Rupert Murdoch, interpretato da Guy Pearce, acquista il quotidiano e ne affida la direzione a Larry Lamb, un Jack O’Connell di grande magnificenza visiva capace di sostenere un film che vive anzitutto di accelerazioni, intuizioni e provocazioni, al netto del primo – va, purtroppo, detto – imbalsamato nei panni del saccente australiano imprenditore. L’obiettivo del Sun è apparentemente elementare: superare il Daily Mirror nelle vendite, costruendo un giornale capace di offrire ai lettori esattamente ciò che vogliono. Attorno a Pearce e O’Connell, Boyle dispone un cast britannico di prim’ordine, nel quale trova spazio la sempre ben inquadrata Claire Foy, per raccontare una storia vera che procede entro coordinate non troppo distanti da quelle di The Founder: la nascita di un impero diventa il dispositivo attraverso cui osservare quanto rapidamente l’ossessione per il successo e il denaro possa fagocitare moralità, rapporti umani e responsabilità sociale. La differenza, fondamentale, è che qui il giornalismo non costituisce semplicemente l’oggetto del racconto, perché diventa la forma stessa attraverso cui Ink prova a organizzarsi.
È in questo passaggio che Boyle ritrova uno smalto che la natura altalenante della sua filmografia non permetteva di dare per scontato, soprattutto a seguito di esempi (anche troppo recenti) piuttosto che lieti: il regista, infatti, non si limita a ricostruire l’ascesa del Sun secondo i crismi del biopic industriale, ma tenta di calarsi direttamente dentro il sistema percettivo del giornale, assumendone progressivamente velocità, rumore ed esuberanza, restituendo rumore, caos e tipografia diegeticamente detti, in un risultato – e non è mai banale – innanzitutto divertente e intrattenente per qualsiasi tipologia di spettatore. I font che invadono l’immagine, la composizione grafica, il montaggio di Fin Oates e soprattutto un paesaggio sonoro quasi costantemente saturo trasformano la redazione in una macchina che deve continuare a produrre attenzione fanno il resto: anche la musica di Daniel Pemberton partecipa a questo sovraccarico, mentre la fotografia di Alwin H. Küchler accompagna Boyle nella costruzione dell’ambiente caotico, reso tale dalla più grande intuizione del film, il Dutch Angle che costituisce un marchio di fabbrica nella sua filmografia ma che in questo caso, seguendo l’inclinazione del font del giornale, diventa addirittura un oggetto narrativo.
Il clamore, l’esagerazione e una consistente componente ironica rappresentano allora il terreno sul quale Ink funziona meglio, perché il film riesce a rendere cinematograficamente comprensibile l’intuizione commerciale di Murdoch e Lamb senza limitarsi a spiegarla: bisogna conquistare lo sguardo prima ancora di informarlo, trasformando il lettore in consumatore e la notizia in un prodotto costretto quotidianamente a superare quello precedente. È proprio per questo che il film perde progressivamente mordente quando abbandona la dimensione collettiva e frenetica della redazione per accentuare il conflitto drammatico: nel proverbiale terzo atto, che conduce comunque verso un ottimo finale, Boyle sembra paradossalmente cadere nella stessa trappola che il suo film ha osservato fino a quel momento con notevole lucidità: insegue il sensazionalismo anche davanti al dramma, cercando un’intensificazione emotiva che tradisce lo spirito “slippery” e ambiguo che fino a quel momento il film aveva saputo regalare allo spettatore.
Rimane, tuttavia, una debolezza circoscritta all’interno di un’opera che trova proprio nella sua energia il motivo principale d’interesse: Boyle non costruisce così soltanto il racconto dell’ascesa di Murdoch, ma individua nel Sun un passaggio decisivo verso un’idea dell’informazione la cui attualità rende Ink inevitabilmente politico. Il giornale che promette di dare alle persone ciò che desiderano introduce una relazione con il pubblico fondata sulla misurazione del desiderio, sull’eccitazione permanente (verrebbe da dire, banalmente, di una traduzione in atto del principio della bullet theory) e sulla trasformazione dell’attenzione in valore economico, anticipando una logica che il presente digitale ha portato a conseguenze persino più radicali. Free, love, win, allora, diventano allora qualcosa di più di uno slogan: sono la promessa irresistibile attraverso cui il successo può essere venduto mentre, pagina dopo pagina, il prezzo necessario per ottenerlo diventa sempre più alto.
Voto:
3.5 out of 5.0 stars