Spider-Man: Brand New Day ha staccato da pochi giorni lo straordinario traguardo del miliardo di dollari al botteghino, dopo appena cinque giorni di programmazione. Per festeggiare quello che sarà con ogni probabilità il più grande incassato del 2026, la nostra redazione ha nuovamente unito le forze per stilare una classifica dedicata all’Uomo-Ragno e alle sue incarnazioni cinematografiche.
Dal primo epico adattamento per il cinema firmato Sam Raimi, al maldestro reboot con protagonisti Andrew Garfield ed Emma Stone, passando per i brillanti film d’animazione in tecnica mista con il rookie Miles Morales e la lunga parentesi MCU, la mitologia cinematografica di Spidey ci può anche aiutare a comprendere al meglio alcune delle sfaccettature più significative dell’ultimo quarto di secolo di cinema americano.
11. The Amazing Spider-Man 2 – Il potere di Electro
Nel sequel del reboot del 2012, Sony, in preda alla folle corsa per raggiungere i risultati dei Marvel Studios, decide di fare un bislacco all-in e, suo malgrado, il passo più lungo della gamba.
Il risultato è una pellicola quasi disastrosa, con troppi villain (l’idea, troppo prematura, era quella di lanciare l’eventuale film sui Sinistri Sei) e un finale eccessivamente sbilanciato sul fronte della tragedia tanto da risultare parossistico e stucchevole.
Sebbene l’interpretazione di Jamie Foxx nei panni di Electro non sia, tutto sommato, negativa (coadiuvata anche dal frizzante tema musicale scritto da Hans Zimmer), a lasciare perplessi è il trattamento della nuova versione del Goblin, interpretato da un Dane DeHaan a tratti ridicolo.
Un film che, rivisto oggi, incarna alla perfezione il maggiore peccato di Sony nell’ambito dei cinecomic: la fretta.
10. Spider-Man: No Way Home
Sebbene si tratti di un autentico fan-favourite, in quanto una delle più grandi operazioni commerciali del XXI secolo, la conclusione della “prima” trilogia di Spider-Man targata Marvel Studios è, per usare un eufemismo, aberrante su un piano creativo. Film manifesto della crisi di idee del MCU post Saga dell’Infinito, No Way Home ha rappresentato per Kevin Feige e soci un punto di svolta sul piano dei consensi, realizzando il desiderio di milioni di fan del personaggio (“Fai attenzione a quel che desideri”), facendo collidere i tre universi cinematografici dell’Uomo-Ragno in un singolo blockbuster lungo due ore e mezzo.
Forse, è l’opera che meglio racconterà in futuro alle prossime generazioni di critici cosa è stato il cinema americano ad alto budget dopo la pandemia da Covid-19, di come la moda passeggera dei multiversi e delle time-line parallele, anche detta “smania da crossover”, sia stata in grado di trascinare indistintamente tutte le major hollywoodiane in questo vortice privo di grandi picchi.
Nient’altro che un’operazione simil-cinepanettone, ma coi supereroi.
9. Spider-Man: Far From Home
E a proposito degli spropositi, il film con cui sembrava che l’MCU stesse aprendo ufficialmente le porte al fantomatico “multiverso”. In questa tragicomica avventura di para-spionaggio e intelligence (Nick Fury è uno dei co-protagonisti, lavorando nell’ombra), Peter Parker viene portato da New York al Vecchio Continente, per un viaggio di classe, cinque anni dopo il blip con cui Thanos ha dimezzato la popolazione dell’universo. Jake Gyllenhaal porta in scena un Mysterio prevedibile e inebetito, che spiega al pubblico il suo glorioso piano malefico, dopo aver ingannato il giovane uomo-aracnide, in una surreale scena in cui esulta vittorioso, che sembra essere stata partorita direttamente dagli sceneggiatori di The Office. Oltre alla grandiosa operazione commerciale, che ha portato una produzione internazionale in giro per Venezia, Praga e Londra, di Far From Home non resta che un ricordo sbiadito, sette anni dopo. Un film che conferma quanto di conservativo fatto con Spider-Man, sotto la gestione Marvel Studios: ancora una volta, Peter continua ad aver bisogno di trecento milioni di mentori diversi, figure genitoriali che sostituiscano in primo luogo l’ingombrante padre/zio assente, e in secondo luogo Tony Stark/Iron Man. Sembrava che non avrebbe mai imparato a camminare con le sue stesse zampe, eppure…
8. The Amazing Spider-Man
Nel 2012 Sony si lancia nel primo reboot della saga dell’Arrampicamuri, individuato nella figura slanciata e nel volto belloccio di Andrew Garfield (comunque molto bravo) pronto a fare coppia con un’inedita Emma Stone.
Sebbene l’idea di enfatizzare le capacità intellettive di Peter Parker risulti come una ventata d’aria fresca (così come la verve chiacchierona dell’eroe e la forte importanza attribuita a New York), il film resta comunque mediocre.
Divertente soprattutto nel finale (la scena delle gru), la pellicola diretta da Marc Webb appare comunque troppo acerba e timida per lasciare veramente il segno. Quantomeno però l’inconsistente regista del live action di Biancaneve e di alcuni episodi di The Office ha sempre cercato di sbizzarrirsi con i movimenti della m.d.p., a differenza di chi verrà dopo di lui.
7. Spider-Man: Homecoming
Dopo una brillante prima apparizione nel film collettivo Capitan America: Civil War (anche detto Avengers 2.5 o (Almost) Infinity War), arriva la prova del nove. Si dice che il vero banco di prova per l’ex-cantante di una band sia il primo disco da solista e in effetti l’esordio dello Spidey di Tom Holland in un progetto stand-alone lasciava intravedere sprazzi di qualità. In primis, dettati dall’impeccabile casting di Michael Keaton nei panni dell’Avvoltoio, che porta sulle spalle (o sulle ali) l’intero terzo atto dell’opera. Circondato da figure adulte, mentori e rivali (Avvoltoio, Tony Stark, May Parker, Happy Hogan), l’adolescente Peter Parker trova una delle sue incarnazioni più brillanti, grazie a una solida prova di Holland e a un tono generale del racconto leggero, a misura di adolescenti, coetanei di Peter. Purtroppo però, tra tutti i film della classifica, i tre diretti da Jon Watts sono senza ombra di dubbio quelli che spingono meno sulla spettacolarità delle sequenze d’azione, dimenticandosi quasi sempre di esaltare la dinamicità del personaggio.
6. Spider-Man 3
Il terzo capitolo della mitologica trilogia diretta da Sam Raimi è purtroppo passato alla storia per la sua travagliata vita produttiva. Guardandolo, è praticamente visibile agli occhi di tutti quali segmenti del film sono stati voluti dall’autore e quali invece sono stati imposti, per ragioni commerciali, dalla Sony. Su tutte, la scelta di introdurre il simbionte/Venom in una storia per lo più incentrata su una nuova crisi personale di Peter (un grande classico), alle prese con il lutto di Harry, che ha finalmente scoperto la verità sulla morte di suo padre. Le sequenze dedicate all’Uomo Sabbia poi, sono tra le più malinconiche mai viste in un cinecomic, ribadendo a più riprese l’intenzione di Raimi di portare il suo terzo gioiello in una dimensione, se possibile, ancor più umana ed emozionale rispetto a quanto già fatto nel capitolo precedente.
Il Peter corrotto dal simbionte poi (ribattezzato dai fan “Bully McGuire”) è una ferita ancora aperta ancora oggi, vent’anni dopo.
5. Spider-Man: Brand New Day
Ci sono voluti dieci anni, una trilogia stand-alone e tre film degli Avengers per far capire a Feige e soci come scrivere un film sull’Uomo-Ragno che si rispetti. Brand New Day riporta finalmente l’MCU sulla retta via, sconfessando alcune convenzioni (e convinzioni) portate avanti per vent’anni di cinema: il supereroe dialoga in continuazione con la sua città e con la sua comunità, rappresenta qualcosa per loro, diventa un esempio, un faro di speranza; l’eroe e l’uomo sono in dialogo tra loro, visivamente e geneticamente, con la maschera e il volto che si invertono i ruoli più volte; un eroe torna ad avere una doppia identità; l’Arrampicamuri cammina con le sue gambe, processando lentamente un lutto, schiacciato dal peso di un passato che non tornerà mai più (May, MJ e Ned). Destin Daniel Cretton gira un film coerente, che funge da parziale reboot del personaggio (di sicuro è un punto zero per Spider-Man), rimpinzando i vicoli di New York di personaggi secondari (dal Punitore a Scorpion), rendendo la metropoli dell’Uomo-Ragno viva e stimolante come non mai al cinema.
4. Spider-Man: Across the Spider-Verse
Il fortunatissimo seguito di Un nuovo universo riesce, se possibile, a spingere ancora di più l’acceleratore da un punto di vista tecnico, associando a ogni personaggio in scena uno stile grafico differente, che spesso assume anche delle valenze meta-testuali ed extra-filmiche (la sequenza dedicata a Gwen e suo padre, in cui i colori delle immagini evolvono assieme al ritmo del dialogo; il combattimento con l’Avvoltoio in salsa rinascimentale). Ancora una volta, un film di Spider-Man finisce per raccontarci molto dell’industria dell’intrattenimento, con il dualismo Miles-Miguel O’Hara che si fa metafora di un business in crisi di idee, terrorizzato dall’idea di rischiare di perdere qualcosa, pur di non lottare per un ideale, per “qualcosa di più grande”. E dunque il tiranno (Miguel) si affida a un algoritmo, per determinare il destino di milioni di varianti dell’Uomo-Ragno.
Resta tuttavia imbarazzante la struttura del film, che è un enorme primo atto, salvo poi essere interrotto quando la vera storia sta prendendo piede. Tutto questo in virtù di un sequel (Beyond the Spider-Verse) che all’epoca dei fatti non era ancora stato realizzato. Morale(s) della favola, vedremo il secondo atto di questo film monco nel 2027, se dio lo vorrà.
3. Spider-Man
Uno dei blockbuster più importanti della storia di Hollywood, what else? Questo film ha, in ordine sparso: alcuni dei temi musicali più epici mai ascoltati, uno dei baci più romantici ed erotici della storia, alcune delle sequenze d’azione più dinamiche mai viste, un antagonista epocale.
Il primo capitolo della trilogia di Raimi fu, di fatto, epocale. Il film che ha indicato la strada maestra al resto dell’industria per quanto concerne la formula del blockbuster supereroistico perfetto, che da lì in avanti inizierà gradualmente a dominare le classifiche dei botteghini di tutto il mondo.
Prima di Nolan, prima di Ang Lee, prima del Brian Singer più maturo, c’è stato lo Spider-Man di Raimi, ancora oggi (forse per sempre) la più grande trasposizione cinematografica di un eroe a fumetti di sempre.
2. Spider-Man: Un nuovo universo
Come facciamo a capire di essere pronti a diventare grandi? Non possiamo: è un salto nel vuoto.
Con questa frase colma di pathos, il sempre brillante Phil Lord (qui sceneggiatore) riassume la crescita di un supereroe, in cerca di una propria dimensione etica, di una virtù da incarnare, nel giro di uno scambio di battute, tra il mentore (Peter) e il rookie (Miles). Un nuovo universo è il film che meglio racconta l’essenza dell’Uomo-Ragno da un punto di vista teorico, inscenando un racconto di crescita in cui il giovane Morales sarà costretto a imparare a correre (o meglio, a oscillare) il più in fretta possibile, per stare al passo di un mondo talmente rapido da perderci la testa. Lo farà rispecchiandosi in tutte le figure esperte che lo circonderanno, dagli Spider-Man degli altri universi a suo zio Aaron/Prowler, passando per suo padre e una città che, come in ogni storia di Spidey che si rispetti, lo invita a cercare le risposte dentro di sé.
Ci sarebbero milioni di parole da poter provare a incastrare per raccontare questa opera immensa, perciò è meglio fermarsi. Ma in ogni caso potete trovare la nostra videorecensione sul canale YouTube di Fuoricampo.
1. Spider-Man 2
Semplicemente un capolavoro assoluto. Raimi imposta il suo sequel perfetto sulla falsariga di un melodramma, con un Peter, ormai adulto, sempre più scisso tra l’uomo e la maschera. Dovrà scegliere quale delle due identità abbracciare, per dare una svolta alla sua vita personale, nella speranza che il treno per l’amore della sua vita o quello per il lavoro dei suoi sogni, non sia già passato. L’immagine figurata del treno, non è poi inopportuna, anzi. La sequenza in cui Peter viene soccorso dagli abitanti di New York dopo aver fermato la metropolitana in corsa, è la migliore mai realizzata in un film di supereroi. La quintessenza del super-eroismo: rischiare tutto pur di salvare chi in quel momento merita una seconda possibilità, un futuro, una speranza. Così da diventare un simbolo, un riferimento, un modello. Perché sì, essere un eroe richiede un solo affondo decisivo: è un salto nel vuoto.