Dark Mode Light Mode

Cannes 79 – Her Private Hell: il ritorno di Refn dopo un decennio è la vera delusione del festival

Copyright: Mubi

Correva l’anno 2016 quando Nicolas Winding Refn (reduce da un premio alla miglior regia nel 2011 per Drive) presentò in concorso a Cannes l’allora controverso The Neon Demon, fischiato e disprezzato da buona parte del pubblico presente quella sera, al Grand Theatre Lumiere. Nel corso di questo decennio, il grande regista danese si è dedicato, come tanti colleghi della sua generazione, a due esprimenti per il piccolo schermo: i suoi serial Too Old To Die Young e Copenhagen Cowboy sono stati presentati integralmente nei circuiti festivalieri più prestigiosi (Cannes e Venezia, rispettivamente), finendo tuttavia nel dimenticatoio nel giro di pochi anni. Per rivedere sul grande schermo, ancora una volta sulla Croisette, questa volta fuori concorso, un film targato “NWR”, abbiamo dovuto aspettare la sera del 18 maggio 2026: è stata la notte di Her Private Hell.

Composto da un cast di giovanissimi (capitanato da Sophie Thatcher), la nuova psichedelica avventura al femminile di Refn racconta di una giovane donna, un’attrice figlia di papà, alle prese con un rapporto conflittuale con la sua matrigna, una donna poco più anziana di lei, con la quale dovrà condividere il set di un film, come da imposizione del ricco e potente padre, chiamato (stereotipicamente) daddy da tutte le presenze femminili della storia. L’inferno privato a cui allude il titolo fa riferimento a un grattacielo, così alto da scavalcare il manto di nuvole di una metropoli dalle caratteristiche cyberpunk, in cui è ambientato il racconto. Ambienti ornati da decorazioni d’interni giocano sul filo del fuorigioco da un punto di vista dell’eccesso kitsch; le lussuose stanze del film di Refn, chiudono di fatto il film in sé stesso (una caratteristica che torna in molti film della selezione di Cannes 2026, come anche la questione del rapporto genitoriale da dover risanare), da un punto di vista spaziale ed emotivo, costringendo i sei personaggi principali della storia a una serie di interazioni che virano forzatamente verso una spocchiosa, per non dire tamarra, critica alla dipendenza del femminile dal maschile.

Di fatto, Her Private Hell racconta attraverso una forma pretenziosa e per lo più sterile discorsi già noti, stranoti e arcinoti del cinema di NWR, dalla sopracitata dipendenza di un genere dall’altro, alla violenza come mezzo di assoluzione e purificazione, passando per l’eccitazione sessuale (e le sue possibili correlazioni con la morte). In tal senso, il pre-finale del film inscena una delle scene erotiche più asciutte dell’anno cinematografico. Paradossale, considerando che le due protagoniste criticano (pochi minuti prima) una ragazza per essere “così bella, eppure inscopabile”. Perché una frase del genere, ritrae in maniera cristallina l’essenza di Her Private Hell: bello, in senso noiosamente estetico, ma inscopabile, senz’anima. L’unica vera nota di epicità nel marasma di simbolismi pretenziosi, luci allucinate (nulla di nuovo per l’autore) e una totale assenza di freschezza, rispetto a temi cari al regista, è la colonna sonora originale di Pino Donaggio, che richiama quella del suo Carrie – Lo sguardo di Satana. Una scelta non casuale, una volta riconosciuto che Refn tenta (sin dal prologo) di inscenare un’autentica fiaba moderna, per mezzo di un ritornello (dialettico, visivo e sonoro): la presenza del cosiddetto “uomo di pelle”, creatura malefica che ricorda i serial killer dei film di Fulci e Argento (quelli che indossano i guanti di pelle) la cui uccisione può portare una figlia al ricongiungimento con la figura paterna.

Ciò che testimonia questo pessimo film è che la lunga assenza dal grande schermo ha fatto perdere brillantezza a Refn, autore che aveva assorbito e rielaborato tematiche progressiste e woke legate al femminile già un decennio or sono. Ebbene, quella lucidità, al momento non pervenuta, fa sì che il suo sguardo sul mondo femminile, oggi, sia fuori fuoco, come Robin Williams in Harry a pezzi di Woody Allen.

Voto:
2.0 out of 5.0 stars

Post precedente

Very Young Frankenstein: Zack Galifianakis sarà protagonista della serie ispirata a Frankenstein Junior di Mel Brooks

Post successivo

Cannes 79 - Hope: E sì, c'è proprio un blockbuster in concorso a Cannes