Dark Mode Light Mode
Cannes 79 - La Vie d'une Femme: un'impacciata rappresentazione della Gen X con protagonista Léa Drucker
Cannes 79 – Butterfly Jam: le psicopatologie di Balagov aprono la Quinzaine des Cinéastes

Cannes 79 – Butterfly Jam: le psicopatologie di Balagov aprono la Quinzaine des Cinéastes

Copyright: Europictures

L’attesa per il ritorno sulla Croisette dell’autore russo Kantemir Balagov era alle stelle, soprattutto dopo l’exploit in Un Certain Regard dei bellissimi Tesnota (2017) e La ragazza d’autunno (2019). Dopo ben sette anni, Balagov torna a Cannes con Butterfly Jam, film d’apertura della Quinzaine des Cinéastes e debutto del regista in lingua inglese. Prima del trasferimento di Balagov negli Stati Uniti, in seguito all’invasione russa dell’Ucraina, il film doveva essere ambientato a Nal’čik (capitale della Cabardino-Balcaria e patria del cineasta, nonché ambientazione dello stesso Tesnota), diventata poi Newark nel New Jersey. Qui vanno in scena le vicende grevi e torbide della famiglia circassa di Azik (Barry Keoghan dal phisique du role volutamente incongruente), chef insicuro che vive con il figlio Pyteh (Talha Akdogan) dedito alla lotta libera, la compagna incinta di origine turca Zalya (Riley Keough) e il “fratello” Marat (Harry Melling, straniante e camaleontico).

Impostato tematicamente come uno studio sulle psicopatologie maschili scaturibili da insicurezze generazionali, etniche, sessuali e culturali, Butterfly Jam si attesta narrativamente e visivamente come un bizzarro oggetto non identificato che saggia ugualmente i terreni della tragedia e della favola. Tra risate inattese, squarci di violenza e allegorie animalesche che presto si sostanziano figurativamente come personaggi a tutti gli effetti, la pellicola risulta una spiazzante congerie di toni e spesso incline al deragliamento contenutistico. Il rischio di sembrare a tratti abbozzato, confuso e sgangherato è presente, tanto che è facile ammettere che Butterfly Jam non raggiunge lo stesso livello di ambizione e compattezza estrema delle due sorprendenti opere precedenti. Eppure, è difficile non restare ammirati al cospetto di un talento così cristallino come quello del regista e di un film tanto libero e, se osservato attentamente, molto più omogeneo di quanto si possa pensare di primo acchito.

A garantire l’organicità del discorso del regista sulla virilità interrotta e sulle conseguenze violente e nefaste delle proprie repressioni e insicurezze, è il grande lavoro svolto da Balagov sulla forma. Innanzitutto, sull’ambientazione, qui intesa letteralmente come “azione dell’ambiente”: le inquadrature strette e affannose della regia, articolandosi in un riuscito processo di mimesi rispetto allo sport del wrestling (le cui prese non sono altro che violenti, esasperati e disperati abbracci), negano allo spettatore il paesaggio urbano circostante come ai personaggi stessi, stranieri e immigrati, è negata ogni forma di integrazione (una ferita così profonda da generare in loro pericolose incertezze e forme di repressione personali). La Newark di Butterfly Jam è oscura, desolata e invisibile come la Nal’čik di Tesnota e la New York del primo periodo di James Gray, a testimonianza (insieme ai riferimenti geoculturali a Italia – Rino Gattuso e Monica Bellucci – e Giappone – Ponyo sulla scogliera) della volontà di Balagov di esplicitare questa nuova fase “cosmopolita” e “in esilio” della sua carriera.

Tuttavia, oltre a essere uno spietato e gravoso studio psicologico sul rapporto padre-figlio e tra fratelli, connotato a partire dal sentimento di non essere all’altezza, il terzo lungometraggio di Balagov si immerge coraggiosamente in uno stagno di favolistica poesia, mettendo a segno due delle sue scene più belle: una strada illuminata e “sonorizzata” dagli allarmi delle auto e un abbraccio al contrario, in cui un ragazzo e una ragazza (con quest’ultima che, insieme a Zalya, chiariscono la posizione del regista in merito a un futuro auspicabilmente più rosa anche per gli uomini) si sfregano la schiena a vicenda per guarire dall’acne.

3.5 out of 5.0 stars
Post precedente

Cannes 79 - La Vie d'une Femme: un'impacciata rappresentazione della Gen X con protagonista Léa Drucker