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Portobello: Enzo Tortora, davanti alla legge

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Davanti alla legge c'è un guardiano. A lui viene un uomo di campagna e chiede di entrare nella legge. Ma il guardiano dice che ora non gli può concedere di entrare. L'uomo riflette e chiede se almeno potrà entrare più tardi. "Può darsi", rispose il guardiano "ma per ora no". Siccome la porta che conduce alla legge è aperta come sempre e il custode si fa da parte, l'uomo si china per dare un'occhiata, dalla porta, nell'interno. Quando se ne accorge, il guardiano si mette a ridere: "Se hai tanta voglia prova pure a entrare nonostante la mia proibizione. Bada però, io sono potente, e sono solo l'infimo dei guardiani. Davanti a ogni sala sta un guardiano, uno più potente dell'altro. Già la vista del terzo non riesco a sopportarla nemmeno io". 

Franz Kafka, "Il processo", capitolo IX

Marco Bellocchio e Fabrizio Gifuni, con il loro neonato sodalizio (la prima collaborazione risale soltanto al 2022, anno di Esterno Notte) hanno laminato un immenso specchio nero: chiunque vi guardi dentro, da Aldo Moro e Francesco Cossiga a Enzo Tortora e Giovanni Pandico, scopre attraverso il proprio volto (o la propria maschera) una verità legata al potere nell’Italia della Prima Repubblica. Lo faceva persino attraverso i personaggi di Rapito, pur essendo ambientato a cavallo delle Guerre d’Indipendenza italiane, con il personaggio di Gifuni (l’inquisitore) che riceveva un trattamento simile a quelli riservati ai brigatisti negli Anni di Piombo, una volta incarcerato.

È questa la verità teorica e drammaturgica della quarta (o forse addirittura quinta) fase della filmografia di Marco Bellocchio, che da Il traditore in avanti ha iniziato a psicanalizzare il Belpaese attraverso varie (decine di) declinazioni dei suoi vizi, spesso quelli legati a doppio filamento ai poteri (esecutivo, legislativo, giudiziario… mediatico). In tal senso infatti, Portobello, seconda esperienza televisiva del regista originario di Bobbio, si sviluppa sulla falsariga della struttura del precedente Esterno Notte, a partire dal principio per cui (quantomeno nei primi quattro episodi), ogni episodio coincide con un punto di vista sul fatto storico differente. È chiaro, rispetto alla fiction sul Caso Moro siamo dinanzi a una interpretazione meno rigida, della suddetta successione di punti di vista. Enzo Tortora in Portobello, non abbandona mai a lungo i teleschermi, per quanto lo scandalo giudiziario ai suoi danni cerchi di fare proprio questo: cancellarlo.

Perché la grandezza di Bellocchio questa volta, sta nel raccontare, quarant’anni dopo, uno dei primi autentici casi di cancel culture italiani (paradossalmente, non se ne è quasi mai più visti di così drastici, neppure sulla scia dei Me Too statunitensi ed europei), in cui il più seguito conduttore d’Italia (un ipnotizzatore delle masse) diventa il capro espiatorio di un sistema giuridico fallace, incapace di ammettere un errore di valutazione dettato dalla frenesia del momento. Qui subentra l’approccio kafkiano di Bellocchio, che racconta Enzo Tortora proprio come il contadino che nella parabola Davanti alla legge contenuta nel nono capitolo de Il processo, non può avvicinarsi alla giustizia, siccome murata in un edificio protetto da guardie ogni volta più potenti e minacciose. Al netto di un approccio espressamente figlio del realismo metafisico dello scrittore ceco, Portobello è forse l’opera del recente passato di Bellocchio a essere maggiormente ancorata alla realtà, senza che il sogno (o la distorsione della realtà) si intrometta mai (se non nella scena che vede protagonista una magnifica Moira Orfei, ma anche lì, l’incontro tra lei e Tortora nel carcere di Bergamo ci viene raccontato come reale, per quanto immerso in un contesto sognante) nella vicenda giudiziaria.

Per intenderci: scordatevi Cristo che scende della croce al cospetto di Edgardo Mortara in Rapito. Questo perché Portobello non ha bisogno di distorcere e caricare i volti dell’Italia di Tortora, ognuno dei quali svolge una precisa funzione nella messa in scena teatrale voluta da Bellocchio. Come nel caso de Il traditore infatti, il segmento della vicenda legato al (ai*) processo contro la NCO di Raffaele Cutolo, trasforma la corte d’assise in un palcoscenico, con le gabbie dei pentiti di camorra sfruttate a mo’ di palchetti.

Forse però, è nell’incipit di serie che risiede la lettura più intrigante proposta dall’autore. Il pilota è dedicato a uno scambio intellettuale, telecinetico e psicotico, tra Enzo Tortora e il camorrista Giovanni Pandico (uno strabiliante Lino Musella), che intrattiene un rapporto immaginario con il suo televisore nel carcere di Poggioreale. Verrebbe quasi da parlare di Videodrome all’italiana, in cui il volto e la voce del Tortora presentatore, ipnotizza e aggrega milioni di cittadini, fino a che l’incantesimo non viene spezzato da un deviato, una voce fuori dal coro, corrotta dalla mitomania: proprio quella di Pandico, che darà il via al calvario giudiziario di Tortora proprio in virtù di una frustrazione (quasi riconducibile alla sfera sessuale) verso il corpo (la nuova carne) televisivo del conduttore genovese.

Voto:
3.5 out of 5.0 stars

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