Le immagini vanno viste quali sono, amo le immagini il cui significato è sconosciuto poiché il significato della mente stessa è sconosciuto, affermava René Magritte, il celebre pittore belga che si associa al surrealismo ma che potremmo ricondurre, in termini di movimento artistico e di rappresentazioni pittoriche, anche a tante altre scuole come quella cubista o futurista. Al di là di etichette, ciò che René Magritte ha saputo insegnare, da disturbatore silenzioso qual era, riguarda proprio il fascino di quell’incomprensibilità che arriva dalla realtà, che metteva in crisi in discussione semplicemente rappresentandola. Molto spesso il cinema si è impegnato nel tentare di rappresentare il reale, o comunque di scandagliarne le forme attraverso un tipo di dialettica più o meno riuscita: uno dei registi sicuramente più importanti, nel mostrare alcune tracce storiche costantemente presenti e imperitura, nel contesto della settimana arte e non solo, è proprio Paul Thomas Anderson, che la storia recente ha saputo finalmente riconoscere con i tre Oscar vinti con Una battaglia dopo l’altra, ma che aggiunge da un percorso così tanto imperante e decisivo, nella storia del cinema e del pensiero stesso occidentale, da poter essere associato proprio a quel René Magritte di cui sopra.
I trait d’union abbondano, ma per semplicità vogliamo sottolinearne alcuni: innanzitutto, quella mancanza di commento didascalico che accompagna l’opera creata, in cui la realtà è semplicemente incorniciata, distorta, calata entro la lente di ingrandimento dell’artista senza alcuna volontà di definirla, ma semplicemente di porla davanti a un oggetto di rappresentazione; in secondo luogo la moltiplicazione del reale, ovvero quella parabola di scissione tra l’oggetto osservato e l’immagine di quell’oggetto stesso, cioè tra ciò che evidentemente vediamo e ciò che possiamo rappresentare. C’è un film che, probabilmente, su tutti presenta il Paul Thomas Anderson più politico, meno didascalico, eppure più in grado di rappresentare quella realtà attraverso la sua distorsione: The Master. Probabilmente il film più importante della carriera del regista, non tanto per un elemento mediatico quanto più per la sua capacità di convogliare, in una sola opera, tutta la profonda conoscenza del messaggio politico di cui si fa promotore, il film giunge al cinema nel 2012, rappresentando le distorsioni, la paranoia, la para distruttiva e nevrotica di un veterano di guerra, nei 138 minuti totali di film in cui Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman recitano nei panni dei protagonisti.
Il suo poster è in grado di dire ogni cosa probabilmente tutto prima che il film inizi, come spesso accade con quelle locandine pubblicitarie che comunicano attraverso un’immagine incredibilmente rappresentativa dei degli intenti, oltre che del pensiero di un autore in relazione a un’opera e al suo messaggio. La moltiplicazione del reale di cui fornivamo precedentemente menzione ritorna, in un elemento simbolico, ovvero la scissione dei personaggi in una sontuosa simmetria di fondo, attraverso il poster in blu dell’opera, ma non solo. I tre protagonisti del film, i già citati Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman a cui si aggiunge Amy Adams, sono a ben vedere moltiplicati in tutte le principali locandine pubblicitarie del film, con la medesima disposizione in più piani dei volti che ritornano in maniera ossessiva o simmetrica, dunque qualsiasi poster di The Master riesce nell’intento di rappresentare esattamente ciò che vogliamo intendere con questa no nostra analisi. L’opera di René Magritte che probabilmente più ci avvicina alla comprensione globale del film e del suo poster è Golconda, quel celebre dipinto del 1953 che viene conservato a Houston e che fa riferimento all’omonima città indiana. Parliamo, sicuramente, di una delle delle più famose del celebre pittore belga, in cui il principale protagonista dell’opera, un uomo vestito di nero con cravatta, scarpe, ombrello e bombetta ritorna in più punti del dipinto, con un’immagine moltiplicata e disposta in diversi elementi della tela stessa. Una sfida al reale, certamente, ma anche una capacità di distorcere quella porzione di realtà rappresentata, una semplicissima routine quotidiana, attraverso la resa metaforica di quella scissione della personalità del soggetto che avviene per mezzo di fenomeni di standardizzazione, omologazione economica e sociale, crisi di natura identitaria.

Ci sembrano, senza immergerci troppo nell’opera, con quegli stessi temi che Paul Thomas Anderson ha voluto rappresentare in The Master: dopo aver mostrato il tracollo di un’intera sistema politico basato sullo sfruttamento dell’altro in Il petroliere, il regista rappresenta qui una nuova crisi. Quella del soggetto in se stesso, nella sua perdizione, nel senso di abbandono che deriva direttamente dal mondo, dalla sua fretta, dai suoi numerosi statuti e anche da quella pseudo religione di cui il personaggio di Philippe Seymour Hoffman si fa portavoce; l’uomo, solo nel (suo) universo, diventa così moltiplicato in più forme di sé: ancora una volta una distorsione, dunque, ma anche una capacità di sublimare il reale attraverso la sua piena comprensione e attraverso la conoscenza degli effetti della paranoia. The Master è un’opera fondamentale per conoscere Paul Thomas Anderson e per apprezzare tutto ciò che c’è prima e dopo questo film stesso, ponendolo in relazione, a partire dal suo poster, con uno degli artisti più importanti di sempre, René Magritte, e con un movimento artistico, il surrealismo, senza il quale gran parte del cinema contemporaneo sarebbe sostanzialmente sconosciuta o, addirittura, improponibile.