Andrea Pazienza muore il 16 giugno del 1988 nella stessa maniera in cui aveva vissuto molti anni della sua vita. Nella stessa maniera in cui era riuscito a diventare uno dei più grandi geni italiani del Novecento, il fumettista più eclettico mai apparso nel nostro paese, anima e archetipo di ogni studente del DAMS bolognese, capace di trarre potenza dalle sue stesse debolezze e dal suo dolore fino al suo ultimo giorno.
Paz! di Renato De Maria nel 2002 è stato uno dei più gentili omaggi che il cinema abbia mai donato a un artista, sicuramente un unicum per il fumetto italiano. Un delirio di tre storie, che già storie è un termine fin troppo generoso data la loro natura girovaga. Tre deliri di tre personaggi, due creati da Pazienza stesso, i suoi iconici Pentothal e Zanardi, e uno apparso per la prima volta qui. Fiabeschi Enrico, riccio, baffone, del Sud Italia, precisamente Calabria, laureando a tempo indeterminato che deve giusto ricordarsi che il segno si decifra e che il significato invece… o era il contrario? Vabbè, giriamo un’altra canna.
Fiabeschi è interpretato da quel genio che è Max Mazzotta, che se avesse più voglia di lavorare con l’industria del cinema italiano sarebbe acclamato come il più grande attore italiano vivente ma che, siccome preferisce starsene a teatro per i fatti suoi, bisogna attenderlo come le Olimpiadi. In Paz! il suo personaggio nevrotico, che si scorda le chiavi ma fa niente ma che poi si accorge di aver lasciato l’erba a casa e allora sì che si torna indietro entrando dalla finestra, che guarda in macchina con quel sorrisetto rimbambito e che lanciava gentili inviti a “farsi proletarizzare” alle professoresse universitarie, rubava la scena a chiunque.
Fiabeschi è Pazienza, meno atletico, meno disposto a lasciare spazio al dolore, senza nessuna vocazione né coscienza, che non è mai andato oltre la marijuana e che da quarantenne ancora iscritto all’Università torna al paese anziché restarci con una siringa nel braccio. Meno romantico, solo farsesco, la vita che hanno fatto tanti suoi amici probabilmente, meno talentuosi e coraggiosi ma forse più fortunati.
Enrico Fiabeschi viene mollato dalla fidanzata Anna per l’ennesima volta e, rimasto senza soldi, decide di lasciare Bologna per tornarsene a Cucilicchio, il paese del radicchio. Qui trova madre, padre, zia rimbambita e un fratellino adottivo di cui rifiuta l’esistenza. Un paio di amici che stanno messi peggio di lui, qualche vecchia antipatia, una ragazza muta ma non sorda di cui si “innamora”, il bocciodromo dominato da Paolo Calabresi che si crede John Turturro, il sindaco che lo considera un coglione e ha ragione, non che lui sia meglio, la figlia del sindaco che vorrebbe condividere con lui le canne e la casa libera, sicuramente nessuna prospettiva.
Fiabeschi torna a casa vive come il suo predecessore di azioni che non portano da nessuna parte, di considerazioni inutili su tutto, di quel senso di nulla che ti può dare solo il paese quando conosci la città. Enrico, a Bologna come a Cuculicchio, è un cretino inconcludente in mezzo a tanti cretini inconcludenti, lì qualcuno studia o spaccia, qui qualcuno lavora o intrallazza, ma nulla ha mai davvero un valore. A muovere Fiabeschi non è la famiglia, non sono le bocce che pratica, non è l’amore, non è il sesso o l’ipotesi di esso, e figuratevi se è il lavoro. Fiabeschi è mosso solo dal caso, dall’inerzia, e forse da una canna se proprio deve. Il caso lo metterà in pericolo, gli salverà la vita, lo renderà un quasi rivoluzionario, un eroe. Ma Fiabeschi resta il solito, inesorabile minchione. Sarebbe stato Pazienza se non avesse avuto quel genio lì.
Fiabeschi torna a casa è un film minuscolo, voluto e diretto da Mazzotta, pieno di scorrettezze fumettose e fiabesche e di bambini che vengono insultati e maltrattati, “tratto liberamente dal personaggio Enrico Fiabeschi ideato da Andrea Pazienza” dai titoli di testa quando in realtà il personaggio non è mai esistito tra le pagine del nostro. Sarà inappropriato e gentista domandarsi “chissà cosa avrebbe pensato di questo film” ma stavolta non riusciamo proprio a fare a meno di chiedercelo.