Dopo ben ventidue anni di documentari, la leggendaria regista tedesca classe 1942 Ulrike Ottinger è tornata a dirigere un lungometraggio di finzione e non si può certo negare che sia un ritorno in grande stile. Presentato fuori concorso nella sezione Special Gala della Berlinale 76 e fedele allo stile e alla poetica dell’autrice che, soprattutto durante gli anni Settanta, ha infuocato la Germania con le sue opere provocatorie e satiriche (spesso in chiave femminista come Madame X: An Absolute Ruler), The Blood Countess (Die Blutgräfin) vede Isabelle Huppert nelle vesti del personaggio del titolo, l’aristocratica vampira Erzsébet Báthory che insieme alla fidata Hermine (Birgit Minichmayr) si imbarca in un’autentica caccia al tesoro: l’oggetto del desiderio che occorre distruggere è un libro dell’occulto in grado di annientare l’intera razza dei non-morti.
La pellicola è costruita su misura per Huppert, considerando gli inevitabili parallelismi extracinematografici che legano la preservazione della propria bellezza da parte dell’attrice francese e le caratteristiche mitologiche delle creature della notte. A metà tra la fiaba (memorabile l’incipit con la contessa che solca le acque di una suggestiva grotta sotterranea, ricordando quasi la strega del disneyano Biancaneve e i sette nani) e la black comedy, Ottinger non imprigiona il film nelle maglie della sua carismatica star, ma lo fa vibrare scena dopo scena grazie a un cast corale composto da personaggi irresistibili e, innanzitutto, dai nomi straordinari. È doveroso citarli tutti: lo psicologo Theobald Tandem (Lars Eidinger), il “vampirologo” Theobastus Bombastus (André Jung), in procinto di presiedere il seminario “Il vampiro nell’epoca della riproducibilità virtuale e dell’archeologia del film e della TV” (con buona pace di Walter Benjamin), e infine il nipote della contessa, il Barone Rudi Bubi von Strudl zur Buchtelau (Thomas Schubert), l’unico vampiro e vegetariano e acrofobico.
Strutturato come un’avventurosa commedia leggera e mandato avanti da quadretti esilaranti spesso in rotta verso il nonsense più sfrenato (il cameo del cantante austriaco Conchita Wurst durante lo scatenato momento musical è semplicemente fuori scala), The Blood Countess svetta anche per il nitore con cui è raffigurata la capitale austriaca, palcoscenico dei bislacchi eventi di questa sgangherata operetta viennese.
Vienna è osservata alternativamente dall’elegante sguardo documentaristico di Ottinger, che ne illumina i monumenti e i luoghi più affascinanti e celebri, e dal recupero della gestualità e del movimento sul palcoscenico comuni agli attori delle operette viennesi, dove le moine con cui i personaggi entrano ed escono teatralmente di scena sono giustificate e, anzi, amplificate dai toni leggeri del genere. Non solo una lettera d’amore alla città sul Danubio, ma pure un intelligente ed efficace biglietto da visita all’insegna del più classico cineturismo.
Tra un valzer di Strauss, un vampiro fluttuante e luminescente, nomignoli attribuiti ai pipistrelli, sanguinosi morsi sul collo e una borsetta a forma di tomba, la regista tedesca imprime a ogni inquadratura un’estetica sontuosa, in cui il design di ogni elemento, dai costumi agli accessori più insignificanti, diventa un racconto nel racconto.
Eppure, Ulrike Ottinger riesce ugualmente a squarciare il velo dell’apparenza che protegge questa cornucopia di esilaranti fantasie giocose, instillando nel pubblico un dubbio: e se tutte le statue, le biblioteche antiche, le livree e le carrozze non siano solo le vestigia di un’epoca da cartolina, ma anche la rappresentazione di una città bloccata nella fredda, sterile e mortuaria celebrazione del proprio passato?
Voto:
3.5 out of 5.0 stars