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40 secondi – L’inveterata violenza della mortuaria provincia romana nella dolorosa ricostruzione dell’omicidio di Willy
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40 secondi – L’inveterata violenza della mortuaria provincia romana nella dolorosa ricostruzione dell’omicidio di Willy

Adattamento cinematografico dell’omonimo libro di Federica Angeli, 40 secondi di Vincenzo Alfieri ricostruisce i tragici eventi che hanno portato all’omicidio del giovane Willy Monteiro Duarte, ucciso brutalmente nel 2020 dai fratelli Bianchi, che attualmente si trovano a scontare, insieme ai loro due complici, una lunga pena in carcere. 

Alfieri imposta il racconto attraverso un punto di vista multiplo, scomponendo la trama in quattro blocchi narrativi – che si svolgono contemporaneamente, ma vengono presentati in modo lineare, cioè uno dopo l’altro, senza ricorrere al montaggio alternato –, dedicati ai quattro personaggi principali: il balbettante e viscidamente insicuro Maurizio (un solido Francesco Gheghi), la sognatrice Michelle (una genuina Beatrice Puccilli), i fratelli criminali Lorenzo e Federico Bianchi (i sorprendenti Luca Petrini e Giordano Giansanti) e Willy (un audace e onesto Justin De Vivo). Una struttura simile, altamente spettacolare e avvincente dal punto di vista narrativo – ogni frammento della storia si interrompe poco prima del momento del massacro, per poi ricominciare il racconto da un punto di vista inedito – si relaziona brillantemente con lo stile di ripresa concitato eppure osservativo di Alfieri, figlio evidentemente del naturalismo cinematografico dei fratelli Dardenne e dell’intensità emotiva del genere crime. L’uso espressivo del dettaglio e dei primi e primissimi piani, insieme alla pregnanza delle riprese con macchina a mano, della sfocatura e del formato d’immagine “quadrato” dischiudono sapientemente un’atmosfera di claustrofobica cupezza.  

La provincia romana (la storia si svolge a Colleferro) è un ambiente mortuario (“Qua non devi avere paura de morì, sei già morto” dirà spietatamente Michelle durante l’ennesimo scontro con il fidanzato possessivo) e senza orizzonti (i quali, nei rari casi in cui appaiono come nel finale, sono obnubilati da presagi temporaleschi), una gabbia dominata dalla fame di potere, dal suo abuso una volta ottenuto e dall’unico mezzo ammesso dalla società traviata che vi abita per conquistarlo: la violenza in tutte le sue forme, cioè fisica, verbale e psicologica.  

Nei quattro blocchi di cui è composto, l’ottimo film di Alfieri descrive con una notevole compattezza formale-contenutistica proprio tutti questi tipi di violenza e la lotta per il potere che la innesca. L’episodio di Maurizio illustra i numerosi “non-detti” della società di periferia, in cui ogni sguardo e ogni gesto detiene un significato opposto a quello suggerito dall’apparenza. Maurizio è un ragazzo insicuro, alla ricerca di costante approvazione da parte delle donne e degli uomini più forti, potenti e pericolosi di lui (non a caso il personaggio è caratterizzato dal braccio ingessato, arguto correlativo oggettivo della sua condizione psicologica). Il frammento dedicato a Michelle espone l’inveterato maschilismo soggiacente alle relazioni di coppia e fa luce sulla rilevante presenza, anche nel mondo globalizzato di oggi, del rapporto irrisolto tra provincia e città. Il blocco relativo ai simbiotici fratelli Bianchi descrive una violenza naturalizzata, abbarbicata alle abitudini di una famiglia in cui l’unico codice comunicativo ammesso è quello dell’abuso. I corpi nerboruti dei due assassini e la cura che essi dedicano a quello dell’altro, spesso in misura omoerotica, rinvigoriscono l’idea secondo cui la violenza riproduca sé stessa, rivelandosi inevitabile in specifici contesti e rispetto a determinate storia e abitudini famigliari. Infine, l’episodio con protagonista Willy conduce eccezionalmente il film verso altri lidi, producendo un magnifico e significativo contrasto visivo e umorale tra gli spazi foschi e rumorosi della periferia e quello nitido, ordinato e silenzioso del ristorante stellato in cui lavora il ragazzo.  

Il quinto lungometraggio di Alfieri riesce, dunque, nell’intento – sempre difficilissimo in presenza di storie che, come quella di Willy, hanno subito continui rimaneggiamenti da parte dei media e dell’opinione pubblica – di inscenare una ricostruzione ugualmente approfondita e dolorosamente avvincente, rispettosa della realtà ed esaltante dal punto di vista spettacolare. Ciò è dovuto soprattutto all’ottimo ritmo del film (il montaggio è a cura dello stesso Alfieri), all’accurata selezione dei brani su licenza presenti in colonna sonora (da Nayt e Noyz Narcos fino ai Verdena) e al sensazionale lavoro compiuto in termini di casting, in quanto si è optato principalmente per bravissimi attori non professionisti affiancati a interpreti strutturati come Francesco Di Leva, Sergio Rubini, Maurizio Lombardi ed Enrico Borello. Pertanto, a fronte del ragguardevole risultato raggiunto, si perdonano le rare fughe nel reame della retorica e dell’allegoria, che comunque sono consone e coerenti con questo genere di produzioni.  

Voto:
3.5 out of 5.0 stars

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