Quando un regista, da indipendente, sceglie di esordire con un’opera che già si propone come meta-cinematografica e auto-riflessiva, ed è allo stesso tempo una commedia che non sa quanto possa, o debba, fare ridere lo spettatore, siamo forse già di fronte ad un problema troppo grande, che supera i problemi del film stesso e della volontà dell’autore. L’industria cinematografica italiana è messa male, e probabilmente si aspetta di andare sempre peggio, ma davvero ha bisogno di opere così sfiduciate e disfattiste?
Alberto è un giovane regista. Ha quasi trent’anni, pochissimo successo e ormai pochissime aspettative. Stufo della sua precarietà, sceglie di mollare la sua vita a Roma per tornarsene ad Aversa, senza un piano preciso, senza la volontà reale di costruirsi una nuova vita o senza ripristinare la vecchia, ma con il semplice desiderio di lasciarsi andare alle mareggiate degli eventi.
Alberto Palmiero con Tienimi presente vuole parlare ai cinefili, agli aspiranti cineasti, ai frequentatori di Festival, con una lingua comune e delle immagini assimilabili senza troppi sforzi. Gli stessi accrediti col nastro rosso della Mostra del Cinema di Venezia, gli stessi coinquilini di merda, lo stesso lassismo e la stessa disillusione di chi quel sogno forse non lo vuole inseguire davvero, le stesse rivalità col cappuccio delle amicizie, gli stessi amici di giù che “hai fatto benissimo ad andartene” e “ma tu quindi che fai di preciso”. Il problema di questo film sta forse nell’aver rappresentato una situazione comune a molte persone, presentandolo come uno spaccato di vita da cui si esce e che si supera senza una reale presa di coscienza. Alberto molla, torna a casa, parla con un po’ di persone e alla fine cambia idea e riprende il suo viaggio.
Anche Fiabeschi torna a casa parla fondamentalmente di una persona che, prendendo coscienza del suo fallimento (anche se Fiabeschi di obiettivi non ne aveva) se ne torna al paese senza sapere dove sbattere la testa, ma lì ci trovavamo di fronte ad uno spirito anarchico e distruttivo, qui invece davanti ad un vortice di lassismo che non riesce nemmeno a parlare a tutti coloro che vivono la stessa situazione (che di sicuro non mancano).
Davvero un giovane regista in Italia deve esordire in medio grande distribuzione con un film che parla non della sua vita, ma della sua impossibilità di fare film? Oltre tutto senza nemmeno quell’audacia, quella spocchia del primo Nanni Moretti (il nostro regista-protagonista sembra la persona più umile del mondo) che ti potrebbe portare a cavare del succo da questa polpa di auto-riflessività. Vogliamo credere di no, e sperare che questo film possa essere un passo verso una carriera cinematografica più solida.