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Sorry, Baby: il delicato e maturo esordio di Eva Victor sulle tracce di “After the Hunt”

Copyright: I Wonder Pictures

Quando si ha a che fare con un esordio spesso si teme di trovarsi di fronte ai cliché “comportamentali” che inevitabilmente lo abitano, come la ricerca ostinata per una cauta medietà o, al contrario, l’ossessione per una tracotante iconoclastia a tutti i costi. Quando, poi, a firmare il debutto è un attrice-regista tutelata da uno studio come A24, i sospetti insinuanti strisciano ancora più vigorosamente. Per fortuna, questo non è il caso della talentuosa Eva Victor e del suo più che valido Sorry, Baby, pellicola prodotta da Barry Jenkins (fatto che non provoca grande stupore una volta visto il film) e che ha seguito rigorosamente tutto il cursus honorum che conviene a ogni progetto con l’aplomb da Indiewood che si rispetti: dal Sundance Film Festival alla Quinzaine des Cinéastes del Festival di Cannes, fino al regolare percorso nelle kermesse più disparate, ma non per questo poco illustri.

Il film è la storia di Agnes (una sublime Eva Victor, con un volto pronto a illuminarsi e a spegnersi in un attimo, a testimonianza della ricca espressività) e dei suoi ricordi in merito alla traumatica violenza sessuale subita durante gli anni universitari da parte di un docente. A colpire è innanzitutto la sceneggiatura (firmata sempre da Victor): divisa in capitoli, la scomposta struttura temporale del racconto incornicia l’evento traumatico dello stupro, di cui scopriamo attraverso dei flashback l’antefatto e le conseguenze, all’interno di due momenti piccoli ma fondamentali per Agnes, ovvero la visita (una che apre il film e una che lo chiude) della sua migliore amica Lydie (Naomi Ackie). L’incontro tra le due donne, a lungo atteso e desiderato dopo il trasferimento di Lydie una volta terminati gli studi, fornisce già da solo una raffinata riflessione sul baratro esistenziale rappresentato dalla fine del percorso accademico e il conseguente approdo alla vita da adulti. Prodigandosi inizialmente solo a costruire, brillantemente, l’atmosfera emotiva del racconto – una cauta tristezza che assume presto la forma di una malinconia notturna – attraverso la gestione capace e raffinata dell’ambientazione (la costante dialettica triangolare tra la natura, le persone e, soprattutto, le case), ecco che l’avvio dei flashback lancia il film in un sorprendente colloquio narrativo e tematico con After the Hunt di Luca Guadagnino.

Ciò che accade nel piccolo e isolato college di Fairpoint (New England) non è poi così diverso dagli abusi e dalle mendaci macchinazioni che si sviluppano tra le mura di Yale nel film con Julia Roberts e Andrew Garfield. Anche in Sorry, Baby l’ambiente accademico, dal punto di vista istituzionale (“l’università non può assumersene la responsabilità“) e culturale (i discorsi degli intellettuali, colmi di malcelate e meschine invidie nate dalla fame di primeggiare annientando l’altro, come si evince nell’affascinante scena della cena a base di candele e Chopin), è scandagliato in tutti i suoi fallaci automatismi e protocolli idiosincratici. Allo stesso modo, vengono inquisiti ulteriori apparati istituzionali come quello giudiziario: nella scena in tribunale, di disarmante lucidità e maturità, nonché condita da una buona dose di sagacia, Agnes, mentre rimugina sul proprio aggressore, sul senso della colpa e della giustizia, afferma addirittura che “la legge non ha senso“.

Il viaggio morale, emotivo ed esistenziale che si schiude nella psiche della protagonista è messo in scena sempre in virtù del suo rapporto da un lato con l’impossibilità di esprimere a parole la propria condizione (un vero cortocircuito per lei, insegnante di lettere all’università) e dall’altro con il tempo, autentico farmaco (secondo l’etimologia greca, veleno e cura insieme) che fa riemergere e poi cura le ferite più profonde del corpo e quindi dello spirito. Il tempo scorre inarrestabile e mentre il trauma lentamente svanisce per lasciare spazio alla consapevolezza, riappare la vita di tutti i giorni, fatta di alti e bassi, ma di costanti riappropriazioni: la propria sessualità (di notevole tenerezza le scene che coinvolgono Gavin, interpretato da Lucas Hedges), la propria carriera e la riconquista del sentimento di amare, anche se rivolto solo verso un gattino.

Il delicato ed elegante esordio di Eva Victor è, infatti, un quieto e pensoso adagio tra le pieghe cronologiche del vento invernale che spazza la quotidianità di una piccola cittadina del New England, in cui il trascorrere degli anni non è in grado solo di lenire alcune ferite, ma pure di consentire di ritrovare la speranza nel futuro e nell’umanità. Anche con un gesto semplice come aprire o chiudere una porta, occupare uno spazio per risemantizzarlo o tenere in braccio un neonato (come nel finale struggente, adulto e liberatorio). Consapevoli che le cose brutte accadono e basta e che occorre andare avanti perché il tempo va avanti.

Voto:
3.5 out of 5.0 stars

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