Esce l’8 ottobre nelle sale Rider, il nuovo film realizzato da Roan Johnson (Piuma, I Delitti del Barlume) e Davide Pavanello, per tutti Dade, musicista e fondatore della band punk Linea 77, alla sua prima regia. Presentato in anteprima come film di chiusura alla Settimana Internazionale della Critica, è un film che punta ad unire il linguaggio del cinema e del musical a quello del rap con una storia d’amore, musica e criminalità. Il risultato non è certo all’altezza delle sue ambizioni.
Quella tra il cinema e la scena rap italiana è una storia d’amore destinata a non concretizzarsi, e che forse in realtà nessuno vuole davvero. Non la vuole l’industria cinematografica, che continua a vedere questo mondo con il distacco del vecchio che guarda i ragazzini esplodere i petardi, anche nei casi in cui produttori e rapper sono quasi coetanei. Non lo vogliono gli artisti, che nel migliore dei casi hanno voglia di stare sul set senza troppo impegno, solo per amore del game, ma il più delle volte appaiono seccati e a disagio. Non lo vuole il pubblico, dato che ai cinefili non interessa vedere trasposto quel linguaggio al cinema, ai “rappusi” non interessa comprare quel biglietto, al pubblico generalista appare un punto interrogativo sulla fronte solo a sentire parlare di certe cose. Forse gli unici a provare interesse nella produzione di questi film sono gli entourage degli artisti con il segno del dollaro nelle pupille, qualche regista con una storia sgangherata nella cartella “sceneggiature da non proporre” e qualche povero scemo sufficientemente appassionato di entrambi i mondi. Tipo quello che sta scrivendo.
In principio fu Il Segreto del Giaguaro, commedia demenziale diretta da Antonello Fassari in cui figuravano tra gli altri Piotta e il mai troppo compianto Primo Brown, di cui abbiamo già parlato. Nel 2016 è stata la volta di Zeta – Una storia Hip Hop, diretta dal regista di videoclip Cosimo Alemà e con protagonista un allora emergente Izi, un film drammatico che non mirava ad altro che a celebrare il genere in uno dei suoi momenti di maggiore splendore e che con tutti suoi difetti forse è il film più compiuto di questo filone. E poi ci sono i documentari come Numero Zero – Alle Origini del Rap Italiano di Enrico Bisi che ripercorre le origini del movimento in Italia, o La Nuova Scuola Genovese di Yuri Dellacasa e Paolo Fossati che propone un audace parallelismo tra la Scuola Genovese cantautoriale e il contesto della Drilliguria. Forse il punto di incontro più riuscito tra questi due mondi è stato però Atlantide, di Yuri Ancarani. Rider sceglie un approccio ancora diverso da tutti questi film, già di per sé non comunicanti tra loro eccetto per il loro retrogusto culturale, sceglie di non inserire il rap come elemento della narrazione, ma solo della messa in scena (e della campagna marketing), mescolandolo ad altri linguaggi. Il film è una storia d’amore, in cui momenti puramente musicali si alternano al parlato in rima quasi da film shakespeariano (perdoniamoli) e allo spoken words.
Samuele, detto Sami, è un giovane rider, che ogni giorno si muove per le strade di Milano con la sua bici. La notte di Capodanno, mentre la città esplode di luci, consegna un enorme ordine di sushi in una lussuosa villa. Invitato a rimanere per la serata, incontra Nia, una ragazza con la testa sulle spalle, con cui scatta subito una forte connessione. Ma, mentre un nuovo amore muove i primi passi, Sami dovrà decidere se affrontare le conseguenze fatali di una decisione presa d’impulso.
Rider non sembra nascere da idee chiarissime, quanto più dalla volontà di creare un progetto artistico tanto cinematografico quanto musicale: un film di Roan & Dade, un album di Dade & Roan. Una coppia di attori protagonisti (Kaze e Lorenzo Aloi) sulla carta ben assortiti ma diretti in una maniera totalmente incoerente, un cast di contorno con il solo Claudio Santamaria a reggere il peso drammatico e un cast di contorno composto al 90% da artisti della scena rap (Ensi, Axos) e non (Rosa Chemical, Levante, Margherita Vicario) a limitarsi al cameo, con l’unica eccezione di Johnny Marsiglia in un ruolo effettivamente rilevante. Di questo film non è chiara la direzione musicale, ogni momento è disomogeneo e troppo slegato dal precedente e dal successivo, il montaggio confonde tantissimo sull’effettiva durata del film e non si va a fondo con la visione del concetto di accettazione della colpa che dovrebbe essere la conclusione del protagonista. La regia sceglie di ovviare ai suoi problemi di budget con una lunga serie di piani sequenza, talvolta riuscendo a nascondere i propri limiti, altre volte invece mostra tantissimo il fianco. E poi ci troviamo con una campagna marketing sì determinata a creare un brand ma troppo indecisa sul target: i nomi non attirano i giovanissimi, i più maturi non sono interessati ad una storia d’amore tra ventenni.
È abbastanza chiaro che Rider non sia un progetto destinato a sfondare il botteghino né la top 50 di Spotify, e sicuramente resterà uno stranissimo episodio nella carriera dei rapper che hanno partecipato al progetto. Il suo futuro potrebbe trovare posto sì tra gli appassionati del genere, sia per chi è desideroso di scoprire i pochi e zoppicanti, momenti in cui in Italia si è provato a rileggere il linguaggio del musical.
Voto:
2.0 out of 5.0 stars