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Jumpers – Un salto tra gli animali: i limiti dell’idealismo secondo Pixar

Copyright: The Walt Disney Company Italia

Negli ultimi anni, è evidente che Pixar si sia chiusa un po’ in sé stessa. Il punto non è tanto la qualità dei singoli film – comunque sempre ben oltre la sufficienza –, ma piuttosto le ambizioni degli stessi. Ciò è stato dovuto a una scelta produttiva, editoriale e creativa ben precisa: tentare un ricambio generazionale dei propri autori a partire da giovani e nuove voci. Il direttore creativo Pete Docter (proprio uno della vecchia guardia Pixar e che ha contribuito a realizzare alcuni dei suoi capolavori, come Monsters & Co., Up e Inside Out) ha dunque riposto la propria fiducia nei vari Dan Scanlon (Onward – Oltre la magia), Enrico Casarosa (Luca), Domee Shi (Red, Elio) e Peter Sohn (Elemental) con l’obiettivo di farli esprimere nel modo più personale possibile. Non a caso, i film appena menzionati hanno in comune il fatto di presentare delle storie legatissime al vissuto dei propri creatori, sia in termini etnici, sia autobiografici.

Jumpers – Un salto tra gli animali (Hoppers) decide, invece, di intraprendere piacevolmente e sorprendentemente un’altra strada, più sgangherata e ricca di curve, ma comunque divertente e appassionante. Il nuovo film Pixar diretto da Daniel Chong (proveniente da Cartoon Network, come si nota da alcune gag un po’ sguaiate che popolano la pellicola) appare al tempo stesso come una folle e rocambolesca avventura favolistica e una lucida riflessione sul nostro tempo, sempre più colmo di guerra e violenza.

Mabel è una giovane animalista-attivista che trasferisce la propria coscienza in un castoro robotico per infiltrarsi nel mondo animale. Una volta “sotto copertura”, si ritrova a dover proteggere il regno della natura dai piani di un sindaco locale ambizioso ed egoista. Come in un western, Mabel è definita dalla nonna una fuorilegge solitaria, mentre il piano del sindaco Jerry di edificare un’autostrada, spazzando via un’intera radura e la fauna che vi abita, ricorda le numerose ferrovie in costruzione del Far West hollywoodiano. Nella piccola cittadina di Beaverton e nella radura ad essa adiacente, tutti i personaggi del racconto dovranno scontrarsi con la dura realtà del confronto tra diversi portatori di interesse e conseguentemente con la limitatezza realizzativa dei propri ideali. Lo stagno dei castori diventa dunque un vero e proprio campo di negoziazione in cui governa la modalità comunicativa del litigio (come viene enfatizzato comicamente dal montage relativo alle accese discussioni tra Mabel e Jerry) e dove anche una riunione tra leader (il più temibile è il bruchetto Titus, nome forse non casuale) apparentemente democratica prende immediatamente la piega di una dichiarazione di guerra. Se in Elio il consiglio galattico era incapace nella propria abulia di prendere una decisione (raffinato riferimento alla precarietà delle democrazie occidentali), in Jumpers l’unica via possibile sembra quella dello scontro armato. E nel film di “armi” se ne vedono molte: dagli uccelli che volano e attaccano in formazione come dei caccia militari fino al buffo squalo gigante che ricorda qualcosa a metà tra un dirigibile e una nave da guerra. Insomma, Pixar riesce nuovamente a parlare anche agli adulti.

Invero, una delle qualità maggiori di Jumpers, ugualmente in termini di piacere spettatoriale e di originalità rispetto alla generale e talvolta noiosa innocenza dei recenti mondi Disney-Pixar (Zootropolis e il suo sequel sono eccezioni che confermano la regola), è la volontà – se non addirittura il coraggio – di presentare un ambiente effettivamente avvinto dalla violenza e dalla morte. Effettivamente, nel film viene spesso ripetuto il verbo “schiacciare” (“to squish“) nell’accezione di uccidere, ovvero annientare colui che non condivide gli stessi interessi di chi attacca. Allo stesso modo, nel secondo atto, gli animali sono coinvolti in numerosi momenti di genuina inquietudine (irresistibili per il pubblico dei grandi, spiritosamente edificanti per i bambini).

Inoltre, se in molti degli ultimi film Pixar le storie diventavano sempre più piccole e chiuse in sé stesse alla ricerca di un realismo ideologico di matrice progressista, Jumpers tende costantemente a strabordare all’insegna dell’intertestualità. Tra l’esplicito riferimento narrativo ad Avatar di James Cameron e il subliminale easter egg finale che renderebbe Jumpers un prequel di Up (anch’esso ampiamente evocato nel drammatico montage dell’incipit e poi ridicolizzato in chiave parodistica poco più tardi), tra i vaghi richiami all’ossatura narrativa di Ritorno al futuro, le maschere ingannatorie e le micce dei titoli di testa di Mission: Impossible e l’ironica iperbole de Lo squalo, Jumpers dichiara apertamente la vocazione della Pixar non più solo a riproporre spiritosamente alcune greatest hits del cinema di Hollywood, ma a farle dialogare con i momenti clou della propria filmografia.

Un’autentica dichiarazione di intenti: Pixar ha ormai alle spalle una storia tanto lunga di capolavori riconosciuti da dover necessariamente voltare pagina; senza, tuttavia, ignorare l’eredità degli stessi ma, anzi, omaggiandola il più possibile e debitamente in chiave ironica. Eppure, questa leggera ma significativa deviazione rispetto alle ultime opere dello studio si nota anche osservando attentamente le forme dell’animazione stessa. Se Pixar ha costruito i suoi successi grazie al realismo dei propri modelli, in Jumpers ha invece optato per delle forme più rotonde, morbide e meno squadrate e tendenti a un’estetica che strizza l’occhio all’espressionismo dei dettagli proprio del cartone animato asiatico.

Sicuramente Jumpers non sarà al livello di alcuni dei più celebri monumenti della Pixar, ma resta comunque uno dei suoi film più divertenti e riusciti degli ultimi anni. Peccato che in alcuni punti il fronte drammatico non abbia la stessa efficacia a cui lo studio d’animazione ha abituato, quando era impossibile guardare un film Pixar senza versare neanche una lacrima. Ebbene, con Jumpers sembra che questo aspetto sia stato messo da parte in favore della politica e delle risate. E questo non è necessariamente un male.

Voto:
3.5 out of 5.0 stars

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