Con l’acquisizione di Hope di Na Hong-Jin, Neon porta a cinque il numero di film In Concorso presenti al Festival di Cannes 2026. La strategia commerciale degli ultimi anni, applicata a meccanismi distributivi aggressivi, è sempre più marcata e fa riferimento a quel record di cui tanto si decanta, con 6 Palme d’Oro consecutive e casi straordinari anche di posizionamento agli Oscar, come i 4 Premi vinti da Parasite e i 5 di Anora. In attesa di scoprire, soprattutto in riferimento a titoli come All of a Sudden, se la streak continuerà, abbiamo deciso di mettere in classifica le sei Palme d’Oro consecutive di Neon, di fatto le ultime sei del Concorso della Croisette a partire dal 2019, quando a trionfare fu proprio Parasite.
Il criterio, che ha coinvolto i tre redattori Gabriele D’Aprile, Giuseppe Parrella e Bruno Santini, è semplicemente sommativo: 6 punti per il primo posto, 5 punti per il secondo e così via fino all’unico punto per il film ritenuto “peggiore” nelle classifiche individuali, indicate in calce all’articolo.
6. Triangle of Sadness (6 punti)
Ruben Östlund firma una satira feroce e grottesca, che gli è valsa la sua seconda Palma d’Oro al Festival di Cannes, sezionando con cinismo quasi chirurgico le ipocrisie dell’alta borghesia contemporanea, il culto ossessivo dell’immagine e la fragilità delle gerarchie di potere su cui si regge il mondo occidentale. Attraverso un trittico narrativo che accompagna lo spettatore in una progressiva discesa verso l’anarchia e il caos totale, il regista predilige una tipologia di ragionamento sovrabbondante e concettuale, colpendo lo spettatore con un umorismo caustico, situazioni volutamente estremizzate e dialoghi taglienti.
È un ritratto cinematografico che provoca, disgusta e fa ridere goffamente, offrendo un quadro spietato della condizione umana che, non a caso, diventa estremamente divisivo fin dalla sua prima presentazione alla Croisette.
5. Anatomia di una caduta (8 punti)
Vincitore della Palma d’Oro a Cannes e del premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale, il film utilizza il pretesto dell’indagine per esplorare la zona grigia dell’ambiguità umana e l’impossibilità di raggiungere una verità oggettiva assoluta: qui, a differenza del precedente, i punti nevralgici della critica riguardano soprattutto una realtà più legata alla messa in scena e alla risoluzione del conflitto, con l’aspetto tematico che, invece, risulta maggiorente premiato.
La sceneggiatura sviscera, in effetti, con grande precisione le dinamiche di potere all’interno della coppia, il rancore inespresso di Samuel, le reciproche colpe e i compromessi logoranti che portano all’inesorabile erosione di un legame, con il figlio della coppia, Daniel, ipovedente, che incarna perfettamente la posizione dello spettatore: costretto ad ascoltare frammenti, a percepire ombre e a dover, infine, compiere una scelta morale profonda su cosa decidere di credere, più che su cosa sia realmente accaduto.
4. Titane (9 punti)
Con Titane, Julia Ducournau spinge il pedale dell’acceleratore verso i territori più estremi e disturbanti del body horror contemporaneo, conquistando una storica, quanto divisiva (ricorderete senz’altro le polemiche capitanate da Nanni Moretti, a cui si ascrive gran parte della critica detrattrice del titolo) Palma d’Oro a Cannes. Il film è un’opera che aggredisce fisicamente lo spettatore per poi sorprenderlo con un’inaspettata, seppur grottesca, riflessione sulla mostruosità e sull’amore incondizionato.
Ducournau decostruisce brutalmente i concetti di genere, famiglia e genitorialità, spogliandoli di ogni costrutto sociale rassicurante per arrivare alla loro essenza più pura e selvaggia: Vincent decide deliberatamente di accogliere l’inganno, amando una creatura mutante e intrinsecamente pericolosa pur di colmare il vuoto incolmabile dell’abbandono. L’opera si trasforma così in una bizzarra fiaba oscura, dove la salvezza passa necessariamente attraverso il dolore, la lacerazione fisica e l’accettazione radicale dell’anormalità.
3. Anora (10 punti)
Reinterpretazione cinica e ipercinetica della favola di Cenerentola, in cui il regista americano continua la sua indagine socio-culturale sulle sex worker, calandole questa volta in un caotico frullatore narrativo che mescola commedia screwball, dramma proletario e road movie urbano. Baker mette in scena senza filtri lo scontro frontale tra due mondi inconciliabili: da un lato il sottoproletariato che tenta con le unghie di aggrapparsi all’illusione del Sogno Americano, dall’altro la ricchezza sfacciata, che non ammette intrusioni.
Il regista decostruisce la corsa forsennata per lasciare spazio a un epilogo di un’intimità straziante e silenziosa, dove l’adrenalina crolla e subentra la gelida, cruda consapevolezza della realtà. Anora si rivela così non solo una tagliente satira sociale, ma anche un’opera di profondo umanesimo.
2. Parasite (14 punti)
Con Parasite, Bong Joon-ho realizza quello che è senza dubbio uno dei capolavori assoluti del cinema contemporaneo, trionfatore assoluto al Festival di Cannes e nella storica notte degli Oscar. Il regista sudcoreano orchestra una spietata e geometrica lotta di classe – il cui apice risiede nella sua straordinaria concezione architettonica e spaziale – , inizialmente mascherata da brillante commedia nera, che si insinua lentamente sotto la pelle dello spettatore per poi deflagrare in una tragedia sociale di proporzioni inaudite.
La vera battaglia, in effetti, non si combatte tra vertici e base, ma si traduce in una guerra spietata tra disperati per le briciole del privilegio. Il regista smantella sistematicamente l’utopia della solidarietà proletaria, dimostrando come il sistema capitalistico metta gli ultimi gli uni contro gli altri, costringendoli a scannarsi nel buio pur di mantenere una posizione parassitaria ai margini dell’opulenza. Bong Joon-ho firma così un ritratto universale, tagliente e definitivo delle disuguaglianze moderne, un’opera che scuote intimamente le coscienze interrogandoci, senza fornire risposte rassicuranti, su chi sia realmente il vero e definitivo parassita.
1. Un semplice incidente (16 punti)
Con Un semplice incidente, Jafar Panahi compie un vero e proprio miracolo cinematografico e politico, firmando l’opera che gli è valsa la Palma d’Oro al Festival di Cannes 2025. Il maestro iraniano, da anni costretto a operare sotto le restrizioni del suo Paese, abbandona in parte i consueti toni del meta-cinema per abbracciare le dinamiche di un thriller teso, secco ed essenziale, costruendo una parabola agghiacciante sulla repressione e sui traumi incancellabili lasciati dalla violenza di Stato.
Rinunciando a qualsiasi orpello stilistico o facile spettacolarizzazione, Un semplice incidente colpisce lo spettatore con estrema forza e con un finale devastante basato, tutto, sulla grande forza del sonoro. La regia di Panahi lavora per sottrazione, intrappolando i personaggi in una dimensione claustrofobica e asfissiante dove l’orrore del regime iraniano non ha bisogno di essere mostrato esplicitamente per risultare tangibile: è un cinema profondamente politico, vitale e coraggioso, che non offre rassicurazioni né facili assoluzioni, ma si erge a testimonianza universale di come la violenza istituzionalizzata finisca per divorare, inesorabilmente, l’umanità di un intero popolo.
Le classifiche dei redattori
Gabriele D’Aprile
Un semplice incidente: 6
Anora: 5
Parasite: 4
Anatomia di una caduta: 3
Titane: 2
Triangle of Sadness: 1
Giuseppe Parrella
Titane: 6
Un semplice incidente: 5
Parasite: 4
Anora: 3
Anatomia di una caduta: 2
Triangle of Sadness: 1
Bruno Santini
Parasite: 6
Un semplice incidente: 5
Triangle of Sadness: 4
Anatomia di una caduta: 3
Anora: 2
Titane: 1