Come da abitudine, per festeggiare l’uscita in sala di un nuovo film di un grande maestro, la nostra redazione ha unito le forze per stilare una speciale classifica dei suoi film.
Odissea è approdato in Italia già da due giorni (qui la nostra recensione) e sta monopolizzando la conversazione, come ogni volta che un film di Christopher Nolan viene distribuito: è l’evento dell’estate e non potevamo tirarci indietro.
Ecco la classifica dei film del regista londinese, frutto delle classifiche individuali dei nsotri redattori.
12. Tenet (2020)
Uscito nei mesi caldi della pandemia da Covid-19, Tenet si ispira al misterioso Quadrato del Sator, quadrato magico di origine latina, risultato senza ombra di dubbio il film della seconda fase della carriera del regista più controverso, essendo riuscito a far ricredere anche i suoi seguaci più fanatici.
Spy movie con cui Nolan cerca di girare quello che sarebbe potuto essere un suo adattamento della saga di 007, finisce col diventare una barzelletta poco ispirata sulla sua poetica; un’isterica riflessione sul mondo dello spionaggio in era moderna, dettata da un’idea di manipolazione del tempo e dei loop temporali così demenziale da far risultare il prodotto finale incomprensibile (a tratti) a molti. Anche ad alcuni membri del cast, basti recuperare alcune dichiarazioni dell’epoca di Kenneth Branagh, che interpreta il villain del film.
Da alcuni punti di vista però, funge da preambolo al successivo Oppenheimer: se Tenet racconta di come una sventata esplosione nucleare ha cambiato il mondo in meglio, Oppenheimer racconta di come la bomba che è esplosa, ha alterato irreversibilmente la storia della razza umana.
11. Insomnia (2002)
Il distacco dal controllo totale della sceneggiatura, già richiamato in Tenet, si avverte forte in questo thriller lineare, un’opera su commissione che rappresenta uno dei punti meno personali della sua intera produzione, lontanissima dalle caratteristiche intrinseche del cinema di Nolan.
Pur mantenendo un’ottima gestione della tensione atmosferica grazie all’uso della luce perenne dell’Alaska, che ribalta i canoni estetici del genere noir, la regia fatica a imprimere il proprio ritmo matematico. Ne deriva una narrazione che procede senza particolari guizzi strutturali e il montaggio, pur descrivendo efficacemente la progressiva privazione del sonno del protagonista, rimane ancorato alle regole del cinema di genere più convenzionale. Non è un film sbagliato in senso puro, ma è quanto di più lontano dal bello (e anche dal brutto) del regista, un pesce fuor d’acqua nella sua filmografia.
10. Il cavaliere oscuro – Il ritorno (2012)
Il capitolo conclusivo dell’ottima (fino a quel punto) trilogia del Cavaliere Oscuro rovina la maggior parte delle premesse per un’epica conclusione degna del Crociato Incappucciato di casa DC. Nolan affida le metaforiche chiavi della città a un Bane interpretato da Tom Hardy esteticamente rozzo, contraddistinto da un timbro vocale che definire esilarante è il minimo sindacale.
Amato da moltissimi fan del regista, è un titolo segnato per lo più da una ossessiva ricerca del colpo ad effetto e di una memorabilità formale e drammaturgica che, addentrandosi nel terzo atto del film, risulta sempre più un miraggio, l’eco di una grandezza (Il cavaliere oscuro e Batman Begins) ormai dimenticata.
9. Inception (2009)
Uno dei primi cult globali del regista. Per anni, nel linguaggio quotidiano, soprattutto tra gli adolescenti, la parola Inception è diventata (in maniera scherzosa, “memistica”) sinonimo di “storia contorta”, “trip mentale”. Unica collaborazione tra Leonardo DiCaprio e il regista, Inception fonda il suo sapere sul linguaggio del sogni sulla teoria di Paprika di Satoshi Kon, giocando sul filo del fuorigioco rispetto a un potenziale plagio del capolavoro del maestro giapponese.
Nel raccontare di una intelligence privata che entra nel subconscio delle sue vittime, viaggiando nei loro sogni, Nolan mette alla luce un film di spionaggio in cui l’onirico viene razionalizzato e ridotto a qualcosa di estremamente pratico, decodificabile, prevedibile. Il sogno in pratica, non è più sogno. Per certi versi Interstellar è il film-manifesto di tutto ciò che spesso c’è di cinico e poco ispirato nel “Nolan uomo di scienza”.
8. Interstellar (2014)
E a proposito di scienza, il più amato, il più visto, forse anche il più rivisto tra i suoi lavori. Con una transizione radicale verso il kolossal fantascientifico, che amplifica il successo del regista e ne determina lo sdoganamento per un pubblico più mainstream (è, di fatto, questo film a creare il Nolan-effect al cinema e nelle conversazioni sul cinema contemporaneo), la scomposizione del tempo da sempre nucleica nel cinema del regista non serve più a esplorare l’ossessione di un singolo individuo, ma a misurare le distanze insondabili dello spazio profondo.
Interstellar è da sempre il film più divisivo di Nolan, e la nostra considerazione lo avvicina più ai piani bassi di una classifica che contiene, va detto, diversi apici. Nonostante una messinscena visiva maestosa, supportata da studi scientifici reali per la resa dei buchi neri e da un’ossessione per la rigorosità tecnica che costituisce l’odi et amo dell’approccio accademico di Nolan al cinema, la pellicola soffre di un evidente squilibrio tra il rigore della fisica e il sentimentalismo del testo.
La regia gestisce con maestria il montaggio alternato nella sequenza del pianeta oceanico, ma la sceneggiatura fatica a mantenere la consueta lucidità strutturale, scivolando in spiegazioni verbali didascaliche.
Ne deriva un nulla di fatto, ancora, nella componente che dovrebbe essere più forte: si parla di quinta dimensione, di amore come turning point, eppure non si può fare a meno di notare quanto questo ricorso all’emotività mai del tutto corporea sullo schermo sia algido, oltre che tendente alla semplificazione di un testo per sua natura complesso.
7. Following (1998)
La genesi dell’estetica geometrica e focalizzata sulle ossessioni umane nel cinema dj Nolan risiede interamente nell’esordio a bassissimo budget, un’opera prima che racchiude già i principali nuclei tematici nolaniani. È un film a cui è difficilissimo voler male, anche per un naturale discorso di narrativa, in cui probabilmente quella sovrabbondanza scientifica e pedagogica del cinema di Nolan viene meno, restituendo allo spettatore un prodotto meno cervellotico, seppur non esente da errori.
Girato in un bianco e nero fortemente contrastato a causa delle limitazioni tecniche e dell’uso della luce naturale, il film si sviluppa attraverso una struttura non cronologica divisa in tre filoni temporali distinti.
La macchina da presa a mano segue i protagonisti con un taglio documentaristico, dimostrando come la frammentazione del montaggio possa sopperire alla mancanza di mezzi economici, creando tensione dal nulla. I limiti si fanno però presto sentire, pur in un’opera fortemente rivalutata nel tempo, che a oggi costituisce comunque una buona base per la conoscenza del cinema nolaniano.
6. Batman Begins (2005)
Il confronto tra Christopher Nolan e il genere del cinecomic potrebbe sembrare impossibile per alcune ragioni (tra cui quella presenza di uno sguardo autoriale che spesso è stato il limite di un cinema spesso fatto di maestranze sicure e affidabili), eppure quella di Batman è una delle trilogie più celebri di tutta la storia del cinema.
La base industriale di quel successo è stata gettata con un capitolo inaugurale che, pur non raggiungendo le percepite vette del seguito, ha il merito di introdurre il realismo geometrico nel mito del supereroe. La regia si concentra sulla genesi psicologica della paura, traducendola visivamente attraverso una fotografia calda ma opprimente, che predilige le tonalità ambrate e i bassifondi fangosi di una Gotham cupa e tangibile, che farà scuola anche nelle versioni successive del Cavaliere Oscuro, diventando il vero personaggio dominante dei film su Batman, fino a trasformarsi in quell’universo fangoso del The Batman di Matt Reeves.
È un film che spicca per concretezza degli stunt fisici rispetto alla computer grafica dell’epoca, ma che forse soffre ancora di quella necessaria geometria (viene in mente la necessità di chiudere il cerchio sulla rivelazione dell’identità di Batman, tramite la reiterazione della stessa frase) che poco si addice a un titolo che avrebbe bisogno di molto più caos.
5. Il cavaliere oscuro (2008)
La decostruzione del genere cinecomic, avviata con Batman Begins, prosegue con il secondo capitolo, trasformato in un tesissimo thriller metropolitano dalle forti influenze della New Hollywood. La regia utilizza la città di Chicago come un labirinto, sfruttando per la prima volta le cineprese IMAX (nonostante i limiti strutturali del tempo) per amplificare la verticalità delle inquadrature e l’impatto delle sequenze d’azione, mentre il focus tematico si sposta sul conflitto filosofico tra ordine e caos primordiale, supportato da un montaggio alternato che accelera progressivamente il ritmo della narrazione, ridefinendo per sempre i canoni estetici e strutturali dell’intrattenimento di massa.
È un immergersi nel tema che rende possibile l’etichetta di capolavoro, spesso conferita al film, anche per mezzo della costruzione di un personaggio immortale: il Joker di Heath Ledger guadagna sì dalla narrativa intorno all’attore e dal peso del tempo che ne glorifica le istanze, ma è evidentemente un personaggio immortale che ha saputo ridisegnare la psicologia del villain al cinema.
4. Dunkirk (2017)
Se le pellicole che precedono questo film in classifica si affidano alla complessità della parola e al senso di prestigio che Nolan affida al suo cinema, in quello che è probabilmente il titolo più scientificamente nolaniano di tutta la produzione del britannico la narrazione si spoglia di dialoghi per farsi puro cinema d’azione e tensione. Ed è un risultato, al netto di considerazioni svilenti di questo film, impeccabile: la struttura unisce tre linee temporali differenti (un molo, il mare, il cielo) che convergono geometricamente verso lo stesso istante, azzerando la componente psicologica a favore di un’esperienza sensoriale totalizzante e lasciando che sia soltanto l’architettura, per definizione tangibile e malleabile, del tempo a parlare.
È un film abbondantemente claustrofobico, che sa – questa volta davvero – restituire allo spettatore una traduzione in atto di quel che afferma, con la regia predilige l’uso della pellicola IMAX e di formati fisici reali, riducendo gli effetti digitali al minimo, mentre la colonna sonora applica la scala Shepard per creare un climax uditivo perenne che scandisce l’inesorabilità del tempo. La vera intuizione è però nel non-detto: forse il limite di tutta la filmografia di Nolan è quella sua pretesa di dover spiegare, mostrare e rendere concreta ogni cosa, mentre in Dunkirk il nemico non si vede praticamente mai, pur potendo osservarne gli effetti.
3. The Prestige (2006)
Sul gradino più basso del podio l’opera più meta-rappresentativa di quel che Nolan è dal punto di vista teorico. La riflessione sull’inganno e sulla manipolazione dello spettatore – presente praticamente ovunque nella sua filmografia – trova una perfetta declinazione d’epoca in un’opera strutturata esattamente come il meccanismo di un trucco magico.
La regia lavora su tre livelli temporali sovrapposti, utilizzando una narrazione epistolare incrociata che riflette visivamente l’ossessione e il dualismo dei due protagonisti. Il prestigio è quello del regista, che mostra non soltanto l’espediente del prestigiatore per mostrare il trucco e convergere verso il tanto acclamato colpo di scena finale, ma che accompagna con enorme gusto il medesimo prestigio che comunicherà poi al film: un gioco costante al rimando, al ruolo del regista come orchestratore delle parti, al pensiero complessivo dietro un prodotto perfetto.
Ne è di estremo supporto l’atmosfera dell’era industriale ed elettrica, mentre la cinepresa si sofferma sui dettagli materiali degli ingranaggi, trasformando il cinema stesso in un atto costante e concettuale di “presa in giro” dello spettatore: una presa in giro, sia chiaro, dichiarata e per questo amabile, voluta in ognuna delle sue intenzioni.
2. Memento (2000)
A un livello qualitativo e concettuale quasi speculare rispetto al picco della filmografia del regista, tanto per collocazione dei piani temporali quanto per la considerazione umana dietro ogni scelta compiuta, si colloca la seconda pellicola del regista, il vero e proprio manifesto teorico sul tempo e sulla memoria che ha ridefinito il genere noir.
Memento è un altro film che la storia continua a glorificare per effetto stesso del passaggio del tempo (ironicamente). La regia applica una struttura rigidamente geometrica in cui le sequenze a colori procedono a ritroso e quelle in bianco e nero avanzano cronologicamente, costringendo lo spettatore a condividere lo stesso deficit cognitivo del protagonista: è lo stesso tipo di discorso sul soggettivo e l’oggettivo che caratterizzerà Oppenheimer, e che non a caso produce uno dei dittici più importanti nella storia del regista.
L’assenza di artifici digitali sposta il focus sulla precisione millimetrica del montaggio, dimostrando come la scomposizione narrativa non sia un esercizio di stile tipico di una seconda opera già profondamente dichiarativa, ma l’unico mezzo per indagare l’inganno della percezione umana. Il risultato, non a caso, è straordinario.
1. Oppenheimer (2023)
Il vertice assoluto della filmografia di Christopher Nolan si compie con l’opera biografica dedicata al padre della bomba atomica, un lavoro che rappresenta la sintesi formale definitiva della sua intera cinematografia.
La regia abbandona ogni linearità per costruire una struttura speculare incentrata sulla soggettività e sull’oggettività, esaltata da una fotografia in grande formato che alterna il colore al bianco e nero per separare le prospettive storiche: è una scelta di profonda intelligenza, con la quale Nolan aggiunge, con enorme successo, alla “solita” scansione temporale quella più legata alla considerazione del tempo, alla gestione umana della storia.
Ed è un film che, naturalmente, riflette molto sul senso dell’uomo nella storia, su quel suo ruolo distruttivo, eppure glorificato, nel tempo: l’Oppenheimer di Cillian Murphy è un personaggio difficile da replicare sullo schermo soprattutto per quella glacialità, questa volta necessaria, con cui l’umano si arroga il diritto di terminare un altro umano. Ed è un film praticamente perfetto anche per altri elementi, dal sonoro – che non funge da semplice accompagnamento, ma diventa vettore d’angoscia psicologica, sostituendo il boato della detonazione con il silenzio della colpa – al montaggio frammentato, che unisce la fisica teorica al dramma, fino a convergere verso un unico trait d’union finale.