È il 1950, l’Italia ancora vive di campagne e parrocchie in cui si vivono gli stessi problemi un po’ ovunque. È una nazione annaffiata dal Piano Marshall ma piena di gente che muore di fame, strapaesana, in cui i latifondisti sono ancora padroni e la Chiesa è una istituzione più reale e concreta di qualsiasi Stato agli occhi dei contadini. Cadono i re e i duci, appaiono dal nulla i presidenti, ma preti e carabinieri restano sempre. Aldo Fabrizi che in Roma Città Aperta è stato il sacerdote più famoso della Storia del Cinema Italiano qui firma la sua seconda regia, dopo Emigrates uscito l’anno precedente, ed è un piccolo farabutto come tanti che qui si mette l’abito talare per evitare di essere linciato e finisce per conciliare una rivolta popolare.
Giuseppe è un ladro appena uscito di prigione, con una lettera di raccomandazione per trovare lavoro destinata ad un parroco. Scoperto a rubare due soldi dalla cassetta delle offerte, si traveste da prete per sfuggire ai fedeli infuriati, e viene scortato presso la magione di un signorotto lì vicino che gli chiede di sedare i contadini in sciopero. Nel frattempo, trova una singolare alleata in una ragazza madre, sedotta e abbandonata dal figlio del padrone.
Fabrizi, che troverà nei due anni successivi un grande consenso come regista dei due film de La famiglia Passaguai, qui ci porta uno dei film più concilianti della storia del cinema italiano, e ne abbiamo avuti tanti. Con un approccio lontano dal neorealismo (ce lo vedete Zavattini in quell’anno a scrivere di un figlio di ricchi che prima abbandona la ragazza che ha messo incinta e poi se la riprende perché tutto sommato di buon cuore?) che però non si vergogna di mostrare una problematica vera e profonda: un’Italia che stava affacciandosi al Novecento europeo con cinquant’anni di ritardo.
Bellegra (che però nella realtà è Montefiascone) è a due passi da Castel San Pietro Romano, dove Comencini farà nascere il neorealismo rosa con Pane, Amore e Fantasia. Qui il pane e l’amore tutto sommato ci sono, e la fantasia ce la dobbiamo mettere noi ad accettare che tutto vada così bene negli scontri tra potenti e poveracci, che nel Basso Lazio rimarranno tali per un’altra trentina di anni
E il Don Peppino di Fabrizi, rispetto al Don Camillo di Guareschi, non ci vuole romanticizzare questa Italia dei piccoli centri, con i preti buoni a proteggerci dai comunisti mangiabambini. Qui la Chiesa appare né come serva dei padroni, né come scudo per gli indifesi. Vediamo preti immobili e inadeguati, assenti o buoni al massimo per consolare qualche vecchietta, l’abito che Peppino mette per opportunismo e caso, non gli dà certo una nuova linfa, ma lo carica solo di aspettative agli occhi degli altri. Sarà l’incontro con la ragazza, Anna, a fargli venire quel minimo di buona volontà. E anche qui, se si riesce a combinare qualcosa di buono, a riconciliare le parti, a evitare violenze, è frutto più del caso e di una sceneggiatura benevolente e generosa, che vuole immaginarsi un’Italia in cui le divisioni possono essere superate solo così.
Benvenuto Reverendo! è un film passato sostanzialmente inosservato nei suoi settant’anni di vita, che però è stato oggetti di studi per la sua rappresentazione, sicuramente non graffiante, di una Chiesa affidataria di una fiducia che non sapeva ripagare, verso un popolo che non riusciva a leggere il mondo su cui si stava affacciando, in cui i lunghi viaggi di migrazione verso le grandi città, il nord, l’Europa o Oltreoceano, non sono nemmeno menzionati: al massimo si spera di andare nel paesotto più grande. In cui però, alla fine, va tutto per il meglio e i prepotenti si redimono senza aver nemmeno perso nulla. Viene davvero difficile crederci ma l’ottimismo non è reato.