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Rocky sono io: il biopic di Peter Farrelly sull’ostinazione di un sogno

Rocky sono io: il biopic di Peter Farrelly sull’ostinazione di un sogno

Copyright: Eagle Pictures

In occasione del cinquantesimo anniversario del primo Rocky, Peter Farrelly firma Io sono Rocky (2026), biopic incentrato su Sylvester Stallone e sulla genesi del suo film più celebre. Più che inseguire il rigore filologico, Farrelly sceglie lo sguardo del fan nostalgico, costruendo un racconto coinvolgente anche per chi non possiede un legame personale con la saga. A contribuire alla riuscita del film è anche l’impressionante somiglianza fisiognomica del cast con le persone interpretate, a partire da Anthony Ippolito, chiamato a vestire i panni di Stallone.

Inizialmente l’attore appare un po’ troppo impostato nell’imitare la parlata del protagonista, col pericolo di scivolare nella macchietta. La sua interpretazione acquista però progressivamente naturalezza, restituendoci un Sylvester timido, goffo nella propria imponenza fisica e penalizzato da quella paresi facciale che sembra condannarlo a ruoli secondari o film porno. Eppure, Stallone vuole fare l’attore, vuole vivere di cinema, in una città che a ogni angolo ricorda i classici della New Hollywood. La sua è un’esistenza ai margini, segnata da una precarietà tale da ridurlo a vivere come un senzatetto, in una solitudine stemperata soltanto dalla presenza del cane Butkus – che sarà persino costretto a vendere per far fronte alle difficoltà economiche. È probabilmente questo il segmento più riuscito del film, capace di restituire la fragilità di un uomo che continua a inseguire un’ambizione mentre tutto, intorno a lui, sembra suggerirgli di rinunciarvi.

A spingerlo verso una strada alternativa è, successivamente, la moglie – incontrata sul posto di lavoro mentre fa il bigliettaio per un cinema –, che lo incoraggia a tentare la sorte come quel «Citizen Kane guy». Stallone decide così di scrivere una sceneggiatura pensata per sé, trasformando la propria esperienza e il proprio corpo nel materiale di partenza per Rocky. Quando i produttori Robert Chartoff e Irwin Winkler accettano di sostenere il progetto, la sua posizione è irremovibile: «This movie is me». Non importa quanto la produzione sia disposta a offrirgli, né quanto sarebbe più conveniente affidare il ruolo a una star affermata come Clint Eastwood e Ryan O’Neal: Rocky deve essere lui.

La porzione di stroria dedicata alla realizzazione di Rocky, pur toccando corde più facili e rassicuranti, è vincente proprio perché gioca sulla nostalgia e sull’ironia del senno di poi: Farrelly sbeffeggia costantemente la sfiducia dei produttori dell’epoca, come nella sequenza del primo, perplesso ascolto della celebre colonna sonora. Al contempo, emerge il travaglio fisico di una produzione al limite, in cui Stallone arriva a lesionarsi i tendini e fratturarsi le nocche sul set pur di non farsi sostituire e terminare l’opera.

Perché Stallone è un pugile ancora prima di salire sul ring: la genesi di Rocky è raccontata come una sfida fisica, dove ogni tappa della produzione gli chiede un conto – in termini di sofferenza e resistenza – a partire dalla sceneggiatura, in cui Stallone è costretto a immergere le mani nel ghiaccio per reggere il ritmo di tre giorni di scrittura compulsiva. Prima di conquistare il pubblico, “Sly” deve incassare i colpi di un’industria che non scommette su di lui e lottare per difendere il diritto di interpretare la propria storia. Rocky sono io trasforma così la nascita di un mito in una parabola di pura ostinazione, quella di un perdente a cui nessuno voleva dare un’opportunità.

3.5 out of 5.0 stars
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