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RoFF 21 – Just an Illusion: il racconto nostalgico di un’epoca di grandi paradossi

RoFF 21 – Just an Illusion: il racconto nostalgico di un’epoca di grandi paradossi

Copyright: 01 Distribution

Eric Toledano e Olivier Nakache, noti per il successo internazionale di Quasi Amici, portano avanti l’idea di un cinema popolare in grado di arrivare sia al grande pubblico che alla critica. E lo fanno con una trama apparentemente banale, in grado di trasformarsi attraverso i dialoghi in un’opera ben dosata fra comicità e drammaticità. Just an Illusion, vede come protagonisti una famiglia del 1985 composta da quattro persone e a volte anche cinque. Questa famiglia borghese composta da Yves (Louis Garrel), Sandrine (Camille Cottin), Vincent (Simon Boublil) ed infine Arnaud (Alexis Rosenstiehl) vive a Yvelines, nella periferia occidentale di Parigi. La loro è una storia alquanto singolare poiché i genitori sono entrambi ebrei nordafricani, rispettivamente con origini Marocchine e Algerine.

Ed è qui che si insedia la prima ironia borghese, Sandrine racconta a Vincent che ha dovuto prendere la nave dall’Algeria per andare in Francia. Un episodio che il giovane tredicenne replicherà per conquistare la ragazza che gli piace. Peccato però che i due genitori stessero origliando e che Yves gli faccia notare che sono venuti in aereo. Una comicità che mira a prendere in giro la classe borghese e i suoi problemi esistenziali. Come quelli del padre di voler nascondere ai figli di essere licenziato.

La famiglia apparentemente ridicola, rispecchia solamente un atipica famiglia disfunzionale, genitori che non comunicano, un fratello maggiore che bullizza il più piccolo e un protagonista che vuole trovare il suo posto nel mondo. La regia passa quindi dai toni crudi famigliari al tenero coming-age di Vincent, il quale deve cercare di acquisire un’identità che non è per conquistare la ragazza, quella di suo fratello. Arnaud è il suo contrario, ascolta il rock e non il funk, è come un figo e non un “buffone”. Insomma, per quanto Vincent lo odi rappresenta un modello da seguire.

Al contrario del padre, di cui per quanto nel discorso del Bar Mitzvah, sostiene che è la sua guida, rappresenta più l’archetipo della vergogna sociale. Il padre vive nella paranoia sociale del decennio che emerge soprattutto quando va a questi colloqui di lavoro, dove trova una sala d’attesa piena di uomini vestiti come lui. Sembrando un omaggio diretto a Jacques Tati, difatti nel suo celebre film Playtime vediamo tutti gli impiegati e manager vestiti allo stesso modo. Con questo trench beige, stessa valigia, proprio lo stesso identico look. Un espediente visivo che mostra come la società dei consumi e il mondo delle grandi aziende abbiano annullato l’individualità delle persone. Tanti cloni intercambiabili con lo stesso giornale di annunci, che cercano disperatamente.

“Quando ero bambino, tutte le persone che lavoravano con mio padre mi sembravano uguali. Avevano gli stessi cappotti, lo stesso aspetto. Non erano propriamente degli zombie, ma avevano tutti la stessa faccia e lo stesso tipo.”

Racconta Eric Toledano, uno dei registi. I due infatti raccontano di aver affrontato il medesimo lutto proprio durante il progetto, ovvero la morte del padre. Toledano durante il primo giorno di riprese, mentre Nakache verso la fine del montaggio

“È stato come se avessimo avvertito in anticipo che stavano per lasciarci. Volevamo immortalare un frammento del tempo che abbiamo vissuto insieme negli anni ’80.”

Degli anni che possono definirsi paradossali da un lato la travolgente creatività, la ricchezza, la musica, ma soprattutto la tecnologia, dall’altro la disoccupazione, la nascita dell’AIDS, il razzismo e la rigida competitività sociale. Una competitività che invece la madre riuscirà a raggirare. Si compra un portatile e inizia ad imparare le basi dell’informatica. Inizialmente il marito inizia a manifestare una certa gelosia verso i successi della moglie, temendo di smarrire la propria virilità e autorità di capofamiglia. Non dimentichiamoci che gli anni ’80 si rivelano anche un’epoca di transizione culturale. Difatti, verso il finale lo vediamo rimboccarsi le maniche nelle faccende domestiche, compiendo un primo passo verso la figura dell’uomo moderno.

La regia Just an Illusion rimane comunque estremamente nostalgica e fedele a quegli anni, Augustin Barbaroux, il direttore della fotografia sceglie una palette cromatica ambrata e avvolgente per mostrarci gli interni dell’appartamento. Sono saturi di toni dorati, sul rosso marrone, tipici degli anni ’80. Una visione in grado di evocare la protezione del focolare e la memoria nostalgica di quella che è l’infanzia. Infatti, quando Vincent è in scena vediamo le vicende attraverso i suoi occhi, solo quando esce di campo riusciamo ad avere una visione adulta di ciò che stiamo vivendo. Eric Toledano e Olivier Nakache riescono dunque non solo a rendere un film sia coming-age che famigliare, bensì un film che non rimanga nella bolla del cinema d’autore.

Voto:
3.5 out of 5.0 stars

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