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RoFF 21 – Dua un coming-of-age con la guerra sullo sfondo

Copyright: The Party Film Sales

Il cinema è stato per decenni portavoce di denunce ai soprusi ed alle ingiustizie di guerra e Dua è uno di questi. Passato in anteprima mondiale al Festival di Cannes alla settimana della critica e al Sarajevo Film Festival, vede il suo approdo al Festival del Cinema di Roma, in concorso nella sezione Progressive Cinema. Un’opera che non passa inosservata, infatti Blerta Basholli viene designata come rappresentante ufficiale del Kosovo per il miglior film internazionale ai Premi Oscar 2027. Si tratta di una coproduzione Kosovo, Svizzera e Francia che ha ricevuto un budget di €340,000 dal Kosovo Film Center.

Mentre il suo esordio Hive (2021) affrontava il dopo-guerra attraverso gli occhi di una donna adulta Dua fa l’opposto. Torna indietro sia nel tempo che nell’età. Riuscendo attraverso la sua regia ed agli occhi della giovane protagonista tredicenne Dua a raccontare uno spaccato della guerra in Kosovo. Sono gli anni ’90, dei ragazzi ballano le ultime tendenze del rock, con canzoni come Holy Wars… The Punishment Due dei Megadeth. Una delle canzoni più azzeccate per descrivere la situazione in cui si trovano. Ma ad un tratto si ritrovano a scappare dalla polizia serba. Veniamo dunque immediatamente catapultati nel contesto storico di Pristina. Un luogo in cui i Serbi pensano di essere padroni.

“Chiesi a un’amica perché fossimo così presi dalle feste e dalla musica mentre a mezz’ora da Pristina la gente veniva uccisa. Mi rispose che era una forma di sopravvivenza, il nostro modo di resistere e fingere normalità. L’evasione serviva ad allentare la rabbia e la pressione quotidiana: altrimenti saremmo esplosi per tutto quello che stava accadendo.”

La scelta di raccontare la storia attraverso gli occhi di una giovane, ovvero di Dua, interpretata da Pinea Matoshi, dona al film un approccio interno di inchiesta. Alla regista che ha scritto la sceneggiatura con Nicole Borgeat, non interessa mostrare la guerra e le tensioni politiche attraverso l’alto, bensì attraverso l’interno. E con interno non intendiamo solo un ceto sociale che non può permettersi da vivere, bensì una ragazza che nel pieno della sua adolescenza deve capire cosa sta accadendo.

Rendendo così il conflitto un coming of age dove non c’è l’amore al suo centro, bensì la sopravvivenza e il suo confronto con la rabbia repressa. La regia di Basholli dona  una sensazione soggettiva di ciò che le accade intorno, piuttosto che mostrare la situazione in modo staccato. La concentrazione è dunque interamente su Dua e le sue reazioni, utilizzando spesso la camera a mano proprio per seguirla nel suo quotidiano. Evocando le sue emozioni attraverso la fotografia di Lucie Baudinaud.

La guerra rimane parzialmente sullo sfondo, la sentiamo solamente alla radio e la viviamo come la vive Dua. Dunque attraverso ciò che le accade, attraverso le storie degli altri e del suono. Dua riporta infatti un sound design vicino agli orrori, che si sente ad esempio quando si nascondono in casa. Sentiamo un eco metallico delle distruzioni, accompagnato a rumori soffocati e gas lacrimogeni per strada. La casa sembra dunque l’unico posto sicuro in cui rimanere.

Infatti le minacce non si fermano alla polizia. Dua subisce oltre alle molestie etniche dei ragazzi serbi un aggressione sessuale. Portando la ragazza ad imparare Judo e a reagire impulsivamente contro la macchina dell’ aggressore e suo figlio. Una vendetta che però finisce per mettere in pericolo la sua stessa famiglia.

“Volevo essere vulnerabile e mettere tutto sullo schermo, compresa l’aggressione che lei subisce e che è capitata anche a me. Volevo dare voce a queste piccole e silenziose minacce che le ragazze devono sopportare durante la guerra o al di fuori di essa.”

Qui Basholli non si limita a parlare della guerra, bensì vuole fare emergere un grido fondamentale, quell’ingiustizia che molte donne devono vivere ogni giorno. Ci immedesimiamo in lei, ma non per pietà, proprio per rabbia. Ciò che il film non vuole suscitare infatti è il pietismo, proprio come l’altro film in concorso Skateboarding is not for Girls.  Ma non vuole neanche raccontare la guerra come in una lezione di storia attraverso gli occhi di un adulto come ad esempio in Quo Vadis, Aida?. Vuole che la guerra faccia solo da contorno per concentrarsi interamente sullo sviluppo di un personaggio che non risulta mai piatto. Che attraverso lo sguardo “filtrato” e soggettivo di un adolescente riesce ad evocare a pieno il sentimento sentito in quelle circostanze. Vengono dunque tralasciati i fatti per raccontare un’opera attraverso le sue emozioni.

Voto:
4.0 out of 5.0 stars

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