A chiudere la 70ª edizione del BFI London Film Festival, dopo la prima tenutasi a settembre al Toronto International Film Festival, The Debut di Jesse Eisenberg è una riflessione esilarante e sempre più folle sul rapporto tra espressione artistica e desiderio di essere visti. Ambientato nella modesta cornice di un teatro comunitario di periferia, il film parte da una premessa apparentemente familiare: Mona Friedman, una casalinga i cui figli si apprestano a lasciare casa e il cui marito sembra quasi ignaro della sua esistenza, fa un provino per un musical locale e si ritrova inaspettatamente sotto i riflettori. Ciò che segue, tuttavia, è meno una storia convenzionale di scoperta (tardiva) di sé e un’analisi sempre più assurda della violenza, della vanità e dell’euforia che accompagnano la ricerca della legittimità artistica.
Eisenberg dimostra una profonda comprensione delle umiliazioni della vita quotidiana, in particolare di quella silenziosa cancellazione che deriva dal ricoprire un ruolo che gli altri hanno smesso da tempo di notare. La trasformazione di Mona non è né del tutto liberatoria né completamente tragica. Man mano che viene assorbita dalla sua interpretazione, i confini tra impegno artistico e illusione personale cominciano a crollare, mettendo a nudo la scomoda vicinanza tra il desiderio di creare e quello di essere riconosciuti. La grande forza di Eisenberg risiede nel suo rifiuto di trattare questa ambizione con una tenerezza acritica. Egli comprende che la ricerca dell’espressione di sé può essere al tempo stesso profondamente commovente e vagamente ridicola, che l’impulso a trascendere un’esistenza ordinaria può facilmente trasformarsi in un’altra forma di vanità.
Dal punto di vista formale, The Debut è notevolmente più eccentrico di quanto la sua premessa lasci inizialmente intendere. La fotografia irrequieta di Drew Daniels, le interpretazioni intense e il mondo volutamente artificiale trasformano il teatro amatoriale in qualcosa che si avvicina a un sogno febbrile. Esiste una tensione costruttiva tra la riconoscibile banalità della vita suburbana e i registri emotivi sempre più stravaganti attraverso i quali Mona la vive. Il teatro diventa uno spazio in cui le gerarchie sociali possono essere temporaneamente sospese, dove ciò che viene trascurato può diventare straordinario e dove la distinzione tra recitazione e identità diventa sempre più instabile. La decisione di Eisenberg di abbracciare l’assurdo piuttosto che rimanere ancorato al realismo conferisce al film una teatralità che appare del tutto appropriata al suo soggetto.
Dietro la commedia, tuttavia, si nasconde una questione più toccante sul rapporto tra arte e identità personale. The Debut trova una notevole bellezza nella sproporzione tra la modestia delle circostanze in cui vive Mona e l’enormità di ciò che lei ritiene sia in gioco. Le sue ambizioni teatrali potrebbero sembrare assurde viste dall’esterno, ma Eisenberg riconosce che l’esperienza di essere trasformati dall’arte raramente corrisponde alle aspettative di chi osserva.
C’è, in definitiva, qualcosa di silenziosamente radicale nell’insistenza del film sul fatto che il desiderio di diventare qualcun altro possa essere un mezzo per scoprire chi siamo. Il percorso di Mona non è né un semplice trionfo dell’autorealizzazione né un monito sull’ossessione artistica. Eisenberg, invece, permette a queste possibilità di coesistere, trovando umorismo negli eccessi dell’ambizione creativa senza sminuire del tutto il significato emotivo. The Debut raggiunge il suo apice emotivo quando riconosce che l’arte non deve necessariamente essere monumentale per cambiare una vita, e che il desiderio di essere visti, per quanto espresso in modo goffo, è uno dei nostri impulsi umani più fondamentali. Quella che inizia come una commedia sul teatro amatoriale diventa, in definitiva, un tributo caloroso e meravigliosamente eccentrico all’assurdità e alla necessità di renderci visibili.
Voto:
4.0 out of 5.0 stars