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Perché “Verity” non riesce mai a farci davvero paura?

Copyright: Eagle Pictures

Verity, venduto come un thriller psicologico ad alta tensione, ci lascia perplessi fin dall’inizio, poiché di thriller ha davvero poco. Eppure l’inizio provava a darci un piccolo assaggio di ciò che il film sarebbe potuto essere, partendo dall’incidente in cui una persona viene travolta da un’auto sotto gli occhi di Lowen (Dakota Johnson), che si ritrova improvvisamente coperta di sangue. Seguono poi altri dettagli, come un taglio al dito o qualche momento più cupo. Il problema è che tutti questi elementi rimangono fini a se stessi: non vengono mai approfonditi e non aiutano a creare l’atmosfera promessa.

A livello di genere, lo stesso regista Michael Showalter ha raccontato in un’intervista il tentativo di riprendere le atmosfere erotiche del romanzo di Colleen Hoover:

“Amo la natura erotica di questa storia e per me era fondamentale portarla a galla sul grande schermo. Insieme a Colleen abbiamo lavorato sulla sceneggiatura per reinserire molti degli aspetti più carnali del testo originale.”

Le intenzioni di rievocare il thriller erotico anni ’90 c’erano tutte, ma all’atto pratico il film soffre di una regia totalmente fuori contesto. Showalter, regista di commedie e film sentimentali come The Idea of You, dimostra di non avere la mano adatta per gestire questo tipo di atmosfere ricche di tensione. Mancano quel senso di minaccia e quella costruzione della suspense che registi specializzati nel genere riescono invece a tirare fuori anche da ambientazioni molto semplici. In Verity l’ambientazione si concentra perlopiù nella casa della scrittrice: Lowen viene ingaggiata da Jeremy Crawford (Josh Hartnett) per completare la famosa saga letteraria della moglie Verity (Anne Hathaway), rimasta gravemente menomata dopo un incidente stradale. Per analizzare gli appunti dell’autrice, Lowen si trasferisce direttamente nella villa della famiglia.

Qui c’erano tutti gli ingredienti per un bell’intreccio a tre, un po’ come succede in The Housemaid. In quest’ultima la costruzione della tensione funzionava poiché si riusciva a gestire bene il rapporto tra marito, moglie e la nuova arrivata, lasciando crescere la sensazione di pericolo. In Verity, invece, questo triangolo non parte mai. Il potenziale di Josh Hartnett viene quasi del tutto sprecato: l’opera semina qualche elemento, ma poi non ha mai il coraggio di andare fino in fondo, lasciandoci costantemente nel dubbio su un Jeremy che potrebbe essere il vero manipolatore della situazione. Allo stesso modo, Verity non compie mai azioni spaventose nel presente. Showalter continua solo a farcelo credere, facendo aspettare lo spettatore tutto il tempo affinché accada qualcosa che alla fine rischia di non arrivare mai.

Dakota Johnson prende le sembianze di una detective per scoprire cosa si cela veramente in quella casa. L’attrice fa un lavoro solido e tiene la scena, ma il problema sta proprio nella struttura del film. L’opera si intitola Verity, eppure la sceneggiatura si concentra quasi solo sul personaggio di Lowen, dimenticandosi troppo spesso della vera protagonista.

Anne Hathaway è costretta per quasi tutto il tempo all’immobilità, apparendo così di rado o nei flashback, che prendono forma mentre Lowen legge una vecchia autobiografia lasciata da Verity. È un vero peccato, perché la qualità del film sale nettamente solo quando c’è lei sullo schermo, l’unica figura che da presunta villain avrebbe potuto incutere un reale terrore. Quel poco che viene sviluppato rimane nettamente più interessante degli altri personaggi, portandoci alla domanda finale:

“Verity era un’esperta nel manipolare la verità. La domanda che rimane è: quale verità stava manipolando?”

Gli altri elementi che volutamente distraggono lo spettatore sono diversi cameo che spesso risultano fuori luogo. Troviamo apparizioni di podcaster e conduttori reali: dalla conduttrice di Call Her Daddy a Gail King, fino alla stessa Colleen Hoover. Un’inventiva registica pop che poteva essere carina, ma che in questo contesto sembra portare la narrazione dalla parte opposta del thriller, risultando più che altro un filler. Verity si rivela quindi un adattamento fin troppo schiavo di un libro originale già di per sé poco teso. Pur non rispettando le aspettative, rimane un film godibile, con buone interpretazioni e ambientazioni interessanti, seppur scontate. Ma come opera resta un‘occasione persa, incapace di regalarci sia quel finale movimentato sia quella grande scena di scontro che il genere avrebbe preteso.

Voto:
2.5 out of 5.0 stars

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