Roma, 2016. Luca Varani viene brutalmente seviziato e portato a una morte lenta e dolorosa da due torturatori, un PR romano e uno studente di giurisprudenza affetto da una dipendenza da cocaina, entrambi eredi di facoltose famiglie capitoline. Nel 2021, Nicola Lagioia, ispirandosi al fatto di cronaca, ne trae La città dei vivi, romanzo pluripremiato che descrive, attraverso alcuni racconti scabrosi, il degrado in cui riversa la città. Nel 2026, è la volta di Edoardo Gabriellini, che adatta a sua volta il romanzo del ’21, in un lungometraggio dal titolo omonimo presentato nella sezione orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia.
Partiamo col dire che il film, scritto originariamente dai Fratelli D’Innocenzo (che hanno deciso all’ultimo momento di rifiutare il credit di autori del testo per divergenze creative con la produzione), risulta, nella sua forma finale presentata alla Biennale, un carico di panni appena lavati, in cui sono stati mischiati per errore capi colorati e capi bianchi. Il risultato è frustrante, un alterazione improbabile di una materia apparentemente semplice. Il film di Gabriellini è per più di metà il più classico dei drammi d’autore ambientati nella periferia romana, chiaramente figlia dei primi due lavori dei sopracitati D’Innocenzo (La terra dell’abbastanza, Favolacce), sintetizzando in cinquanta minuti decine di luoghi comuni sugli slice of life nostrani, senza, vien da sé, aggiungere particolari spunti, non cercando fondamentalmente mai di redimersi dalla propria dipendenza dal passato (cinematografico). Il problema alla base de La città dei vivi sta proprio nell’omologazione che il regista ha scelto di abbracciare, rifiutando in primis il confronto con la critica che Lagioia, nel testo originale, muove nei confronti di una certa cerchia medio/alto-borghese della capitale, riducendo la vicenda “crime” al solo terzo atto del film che, per inciso, arriva dal nulla, senza un briciolo di correlazione con quanto visto nei precedenti sessanta minuti di racconto. Il Luca Varani “di finzione” (interpretato da un buon Emanuele Maria Di Stefano) non è altro che l’ennesimo protagonista spocchioso che si sente superiore a tutto e tutti, in particolar modo alle stelle polari del suo mondo, la sua ragazza Marta (Gaia Merlonghi) e i suoi genitori adottivi (Valerio Mastandrea e Simona Senzacqua); la sua superiorità poi, si palesa soprattutto nei confronti del mondo esterno. Luca è il più archetipico dei protagonisti da cinema sociorealista che crede di poterla fare franca, sempre.
Purtroppo però, la freddezza di Gabriellini non fa altro che stimolare gli spettatori a chiedersi quanto ci sia di consapevole negli espedienti adottati, soprattutto nell’improbabile raccordo tra la prima parte (più da “cinema di poesia” à la Pasolini) e la seconda, incentrata sul lato crime. Relativamente poi. La spietatezza con cui La città dei vivi sembra quasi censurare il dolore di chi “sopravvive” al ragazzo dopo la sua tragica scomparsa, con le reazioni di genitori e fidanzata mal concepiti (su un piano di messa in scena) e mal diretti. Questa disastrosa operazione industriale racconta ancora una volta di un cinema italiano che neppure ai festival è interessato a osare, proponendo un’idea di critica sociale che racconti davvero quanto di marcio si nasconda in questo paese. E provare a farlo partendo (e concludendo) dalla vita proletaria, senza mai demonizzare i due torturatori benestanti e politicamente protetti, è quanto di più pavido. Il coraggio di raccontare i due mostri per quello che sono (dei bambini viziati che sperimentano l’omicidio per mera curiosità, annichiliti dalla troppa noia), non c’era, forse non c’è mai stato. Per quanto qualcuno, vai a capire chi, stia cercando di nascondersi usando le accuse verso la sceneggiatura “alterata” dei D’Innocenzo come specchietto per le allodole.
La solita Italietta sbarca al lido, carica di disincanto e paura dell’ignoto. Tra i film più avvilenti dell’anno.
“Continuiamo così, facciamoci del male”.
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