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Venezia 83 – Wild Horse Nine: imperialismo e malattia nel nuovo film di McDonagh con un John Malkovich sontuoso

Venezia 83 – Wild Horse Nine: imperialismo e malattia nel nuovo film di McDonagh con un John Malkovich sontuoso

Copyright: The Walt Disney Company Italia

Che Martin McDonagh sia uno degli autori più sensibili e qualitativamente rilevanti del cinema contemporaneo non lo scopriamo certo oggi. Il suo ritorno dietro la macchina da presa, quattro anni dopo Gli spiriti dell’isola e i tanti, troppi Oscar mancati da quel film, coincide con un’opera che una statuetta sembrerebbe meritarla immediatamente: quella per John Malkovich, straordinario nel modo in cui viene rappresentato, probabilmente nel suo ultimo grande ruolo della carriera.

Wild Horse Nine, presentato in concorso a Venezia 83, riporta McDonagh al fianco di Sam Rockwell, in un cast che comprende anche Steve Buscemi, Mariana Di Girolamo, Ailín Salas, Tom Waits e Parker Posey. La premessa è semplice, come da sempre nel cinema di McDonagh: prima del colpo di Stato cileno del 1973, due agenti della CIA, Chris e Lee, vengono spediti dal loro superiore MJ da Santiago all’Isola di Pasqua; da quel momento il film organizza quasi interamente il proprio movimento attorno al viaggio stesso (il famoso vagabondare, caratteristico dell’immagine-movimento di deleuziana memoria), lasciando che il viaggio produca progressivamente il racconto, le confessioni e la collisione con la storia politica raccontata.

McDonagh costruisce Wild Horse Nine attraverso un espediente apparentemente elementare, ed è in questo contesto che la sceneggiatura risulta ideale, accompagnando i due protagonisti attraverso una successione di incontri e conversazioni in cui l’avanzamento geografico coincide con quello psicologico e politico. È un principio perfettamente coerente con un autore teatrale che da sempre lavora maniacalmente con gli attori, ancora una volta isolando il teatro del conflitto così come in Gli Spiriti dell’Isola, in cui la guerra civile era solo una questione di echi lontani. Qui, la qualità del dialogo raggiunge una forma quasi programmatica, lavorando simultaneamente sul personaggio e sul sottotesto, lasciando che ironia, ostilità, memoria e rimozione possano convivere nella stessa frase. È proprio Malkovich ad apparire quasi scolpito per il film, capace di rendere visibile la corrosione di un uomo prima ancora che la sceneggiatura la espliciti, ma il vero prodigio della scrittura si trova però nella capacità di trasformare la vicenda in qualcosa di molto più ampio rispetto al confronto tra due agenti. Wild Horse Nine lavora costantemente attraverso riferimenti politici, allusioni, citazioni e deviazioni che permettono di leggere l’imperialismo statunitense come una forma patologica, una compulsione alla conquista che continua a riprodursi anche quando viene mascherata da strategia, necessità o tutela degli interessi nazionali.

McDonagh utilizza il Cile, e la sua storia, per osservare uomini che hanno interiorizzato talmente profondamente la grammatica della sopraffazione da renderla quasi naturale: la malattia imperialista – che accompagna quella concreta del protagonista, vicino alla morte a causa di un cancro – consiste precisamente in questo: nella certezza di poter occupare uno spazio, una cultura o una vita altrui senza dover mai riconoscere pienamente la violenza contenuta in quel gesto. È soprattutto nella relazione tra gli interpreti che Wild Horse Nine dimostra quanto il cinema di McDonagh continui a dipendere dalla fiducia nella parola, rendendo fotografia e colonna sonora un mezzo ideale per assecondare, teatralmente, l’oggetto del racconto, sintetizzabile nella superiorità, nel paternalismo, nella rimozione e infine nella possibilità tardiva di riconoscere ciò che è stato fatto. È qui che entra anche il tema della memoria filmata, motore della vicenda e ultimo dispositivo attraverso cui il passato pretende di tornare visibile: è impossibile non pensare a un richiamo a Burn After Reading, che del resto il film cita anche nella deliberata e improvvisa violenza ridotta a un morso di sandwich.

4.0 out of 5.0 stars

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