Nota: l’intervista ad Adriano è anche disponibile sul nostro canale YouTube a questo link, in versione estesa. Buona lettura.
Adriano Della Starza (anche noto come “Il collezionista di ombre” su YouTube) ha esordito come autore di saggi per il cinema con una splendida pubblicazione edita da Bietti, facente parte della loro collana dedicata alla critica cinematografica “Fotogrammi”, che include saggi di autori dello spessore di Francesco Castelnuovo, Roberto Lasagna, Boris Sollazzo, Gabriele Niola, Matteo Berardini e tanti altri. Il testo di Adriano, acquistabile su Amazon a questo link, è dedicato a due dei suoi autori prediletti: John Ford e Clint Eastwood, legati secondo la sua tesi, “I due sentieri del giuramento” da Sentieri Selvaggi (1956) e Giurato numero 2 (2024).
Giuseppe Parrella e Gabriele D’Aprile lo hanno intervistato in occasione dell’uscita del libro.
L’intervista
Domanda: Ci incuriosisce sapere, su grandi linee, da dove nasce in primis l’idea dietro questa pubblicazione. Insomma, ci farebbe piacere se ci raccontassi qualcosa a proposito della storia editoriale del progetto. Dal tuo punto di vista poi, da grande amante di John Ford e Clint Eastwood, da dove nasce questo matrimonio atteso 70 anni, se così vogliamo dire, tra Sentieri Selvaggi e Giurato numero 2?
Adriano Della Starza: L’intuizione di base in realtà è stata immediata. Come può testimoniare anche la prima impressione che scrissi sui social dopo aver visto Giurato numero 2, perché mi colpì molto la scena che descrivo nel saggio: la scena cruciale del giuramento. Però, perché è stata una folgorazione? Perché Sentieri Selvaggi, come molto cinema classico e western in modo particolare, fa parte un po’ del mio tessuto di base, del mio humus di spettatore e di appassionato. Quindi in realtà riesce spesso spontanea la connessione a film classici che fanno parte della mia memoria, e credo della memoria collettiva in molti casi, perché si tratta davvero di opere immortali.
Poi appena mi si è (molto tempo dopo) presentata l’occasione di collaborare con la casa editrice Bietti Edizioni, che ovviamente
ringrazio perché sono stati degli interlocutori perfetti, ho subito proposto questa idea avendo in mente di approfondirla. Era una sorta di piccolo germe di intuizione che andava limata, ampliata, contestualizzata. Mi hanno dato la possibilità di poter scrivere questo frammento,
questo “Fotogramma”, che è una collana importantissima, che seguo da tempo e che leggo con grande interesse.
E poi John Ford e Clint Eastwood sono due tra i punti di riferimento del mio essere cinefilo. Farli dialogare poi, è parte del campo nel quale mi sento più a mio agio. Avendo loro due imposto il loro nome nel genere western, è ovvio che la connessione tra Eastwood e Ford è quasi spontanea, perché comunque sono due importanti voci di un genere da me prediletto. Ma in realtà, la connessione fra questi maestri del Novecento è un po’ la molla principale che mi spinge a fare i video di approfondimento su YouTube, e spero da oggi in poi anche a scrivere qualche approfondimento a livello saggistico, se mi capiterà ancora l’occasione, perché è il tipo di cinema nel quale mi muovo con più piacere, con più disinvoltura. Mi piace muovermi nel cinema che conosco meglio, e quindi che per forza di cose sia un po’ sedimentato. È ovvio poi che stando di fronte a due mostri sacri, questo gioco dell’approfondimento risulta più nelle mie corde, perché c’è una letteratura e c’è un discorso a monte che è bello approfondire.
D: Un grande punto di forza del tuo testo è secondo me figlio del tuo background di docente. Le descrizioni di intere sequenze che fai, durante le analisi, sono incredibilmente chiare, come in generale la chiarezza contraddistingue l’analisi di Sentieri Selvaggi. Ecco, da questo punto di vista credo che il tuo libro potrebbe essere un buon primo approccio per neofiti del cinema di John Ford. In che modo credi che la tua professione di docente, di pedagogo, abbiano inciso su questo lavoro?
ADS: Sento proprio come un’urgenza, la chiarezza e la divulgazione, per cercare di coinvolgere chi è completamente digiuno e allo stesso tempo trovare qualche appiglio e qualche momento, qualche spiraglio di sorpresa per chi invece è un veterano di tutto questo. Quindi tenere insieme queste due anime del dibattito: l’anima di chi sta scoprendo il cinema adesso e l’anima dell’esperto che non avrebbe quasi più niente da chiedere al cinema.
Sul mio canale, io parlo di cinema classico e di cinema contemporaneo, cercando di invogliare chi sta muovendo i primi passi a riscoprire anche l’opera del passato e a vedere nell’opera del presente qualcosa che è sopravvivente del passato. Quindi è un po’ una costante, perché sono un insegnante. Ecco, questo tipo di procedimento per me è nobilitante, per me è la vera molla di tutto quello che scrivo e divulgo. Cioè, è davvero questa la motivazione: rimettersi sempre in discussione, ripartire e spiegare sempre tutto da zero, cercando di non lasciare nessuno indietro.
D: A proposito della prefazione del testo, uno dei momenti più galvanizzanti per uno scrittore, nel percorso di pubblicazione di un saggio, è quello in cui gli viene fatto leggere il capitolo introduttivo in cui un collega tesse le sue lodi. Nel tuo caso, la prefazione del libro è stata scritta da un punto di riferimento della critica italiana, Pier Maria Bocchi. In che momento è subentrato Pier Maria?
ADS: Io ho la fortuna di aver conservato un dialogo con molti dei critici che negli anni sono passati dal mio canale. Pier Maria è certamente quello che è tornato più volte, perché con lui ho la fortuna di portare avanti un piccolo progetto nato quasi per caso, quello di parlare di mostri sacri quando ci lasciano, scambiando quattro chiacchiere i vari Robert Redford, Gene Hackman dopo la loro dipartita. Quindi mi è venuto quasi spontaneo, visto che inoltre Pier Maria Bocchi ha pubblicato per Edizioni Bietti un bellissimo saggio nel 2024, “Invasion USA”. Pier Maria tra l’altro è uno dei pochi critici che ho avuto modo di conoscere dal vivo, quando mi ha invitato a tenere una masterclass di critica all’Università di Pavia dove insegna. Quindi ci siamo conosciuti perché abbiamo trascorso questo meraviglioso pomeriggio a parlare di critica.
Appena ho potuto, gli ho mandato quella che era una versione quasi definitiva di quello che avevo scritto, mancavano giusto quattro rimature in croce. Ed è stato bravissimo a capire lo spirito della cosa, non avevo dubbi sulla sua bravura, sul suo talento. È stato bravissimo anche nel presentarmi con quell’onestà intellettuale che lo contraddistingue, senza peli sulla lingua, trattando alcune questioni che per lui sono scottanti (che non dico quali sono, chi ci ascolta e chi ci legge lo deve scoprire nel saggio).
In ogni caso, ha approfittato di questa bellissima prefazione per toccare alcuni nervi che per lui sono scoperti, alcune questioni che per lui sono scottanti; con le stilettate che lo contraddistinguono è riuscito a
mettere a fuoco alcune di queste faccende e devo dire che ha anche sfruttato un po’ l’assist che gli ho fornito per aggiungere cose che io personalmente non avevo mai letto. Non gli avevo mai sentito dire alcune delle cose che ha scritto nella prefazione del mio libro, magari le aveva espresse da qualche altra parte, io non lo so. Però ha aggiunto dei dettagli che per chi segue Pier Maria Bocchi sempre, in questa prefazione può trovare delle cose nuove che aggiunge su discorsi che porta avanti da tempo.
Quindi sono molto felice che nel mio saggio venga messa agli atti anche questa importante riflessione dell’eccelso professor Bocchi.
D: In generale, dal libro emerge il tema dell’umanesimo supposto alla poetica di Ford e di Eastwood. In particolare, il nodo concettuale è quello della dialettica tra soggettività e oggettività, tra intuito e analisi, un modo di conoscere spesso attuabile attraverso le immagini.
Pensando agli ultimi film di Cameron, Avatar – Fuoco e cenere, e di Spielberg, Disclosure Day, due registi che tu ami molto, sembra che questi temi emergano con ancora più forza. Perché e in che modo, secondo te, questi vecchi maestri, considerando dunque anche Ford ed Eastwood, sono così interessati a questo doppio aspetto della natura umana, razionale e irrazionale?
ADS: Questa questione che poni per me è proprio trasversale di un intero
secolo, di un intero modo di fare cinema: non dimenticare mai l’essere umano come motore principale delle storie e come fine ultimo da esplorare nelle storie. Non ce l’ha solo Hollywood, non voglio essere troppo riduttivo, ce l’ha anche molto cinema europeo, ce l’ha avuto e ce l’ha molto cinema europeo, ci mancherebbe altro, ce l’ha il cinema orientale. Il cuore umano è una miniera inesauribile di contraddizioni e quindi quella che tu poni sul piatto è una contraddizione affascinante. Perché è una contraddizione affascinante? Perché l’essere umano, non solo in questi quattro registi per me, ha una voce interna, può avere una voce irrazionale che fornisce delle risposte intuitive e che permette di cogliere delle verità sfuggenti e allo stesso tempo ha una predilezione per i passaggi logici e lo studio scientifico non solo della natura. Quindi è una bellissima contraddizione. Perché da una parte c’è una componente sfuggente e irrazionale, dall’altra parte c’è una componente algoritmica e metodologica.
Ancora una volta, quando parliamo di contraddizioni, la storia diventa affascinante. E questi geni, anche della New Hollywood, se ci facciamo caso, i due che hai citato tu sono figli della New Hollywood, in un modo o nell’altro. Sono figli della New Hollywood, anche se Cameron ha iniziato più tardi di Spielberg.
Hanno capito però dall’alba di tempi che se c’è questa contraddizione, una storia non diventa “più bella o più brutta”, non mi interessa. Diventa più stratificata e quindi non muore mai. La storia diventa immortale perché può non piacere al singolo spettatore, oppure a non piacere allo spettatore di quell’epoca, come ha fatto Ridley Scott con Blade Runner. Blade Runner esce nel 1982 nell’indifferenza generale. Poi in realtà, siccome c’è questa contraddizione umana al centro, anche quella di Scott diventa una storia immortale. Perché le tessere del mosaico non combaciano. Cioè, fanno parte dello stesso mosaico, che è quello dell’essere umano.
C’è sempre un elemento sfuggente, un elemento contraddittorio. C’è sempre qualcosa di spiegabile in tutto questo, di misterioso. E quindi la storia estremamente umana è inesauribile perché l’umano è inesauribile. Non esistono definizioni che lo contemplano in tutto e per tutto.
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