Léa Seydoux che, sprofondata in un giubbotto di pelle un po’ oversize, corre goffamente su una stradina di campagna o che deturpa la bellezza di alcune hit della musica pop reinterpretandole liberamente al pianoforte e all’armonica a bicchieri forse non sono le immagini giuste per riassumere i contenuti del nuovo film di Marie Kreutzer; eppure, sono le prime che vengono in mente. In Gentle Monster, la celebre attrice francese interpreta, in un ruolo che potrebbe portarle qualche premio, una donna (l’ennesima artista del concorso di Cannes) che scopre improvvisamente di essersi sposata e di aver fatto un figlio con un pedofilo. Questa è la premessa narrativa che innesca un drammone strappalacrime sulla verità e sulla menzogna, sul segreto e sul passato, nonché sulla posizione della donna nei confronti di un maschio tanto fragile e insicuro quanto (auto)distruttivo. Una chiave di lettura femminista che non risulta fuori luogo considerata la carriera della regista de Il corsetto dell’imperatrice.
Questo film estremamente prevedibile, sia per quanto riguarda la trama, sia le reazioni emotive che si impone di suscitare nello spettatore, sembra dunque essere a tutti gli effetti un mero veicolo per far vincere qualche premio alla sua attrice protagonista che, invero, offre una buona performance, soprattutto per l’equilibrio che riesce a trovare tra rabbia ed empatia. Accanto a lei, spunta anche una Catherine Deneuve non particolarmente ispirata e il cui personaggio può risultare a tratti abbastanza antipatico. Jella Haase chiude il trio femminile prestando le proprie espressioni arcigne e risolute a una poliziotta non molto approfondita sul piano della sceneggiatura, sebbene il dettaglio di lei colta durante una sessione di gaming con League of Legends possa strappare un sorriso.
In un blando melò mai veramente a fuoco e che non fa altro che ribadire l’ovvio (l’oscenità morale, sociale e legale della pedofilia), Marie Kreutzer non fa nulla per mettere il pubblico in una posizione dialetticamente scomoda o quantomeno conflittuale con il racconto e i personaggi. In Gentle Monster, un film – occorre ribadirlo – sui segreti e sulle repressioni, tutto è sotto la luce del sole, le chiavi del testo sono consegnate allo spettatore fin dal primo minuto, mentre la stucchevole scena finale (rigorosamente in slow motion e corredata dal patetico canto di un bambino) prova in tutti i modi a far scorrere più lacrime di quante abbia il diritto di chiedere.
Una pellicola che da offrire ha ben poco e in cui l’abusato discorso sul potere salvifico dell’arte (la quale, in realtà, non si vede poi tanto nel corso del film) non scade solo in una banalità priva di stimoli intellettuali, ma anche povera di emozioni. A parte per chi, volontariamente e legittimamente, non vuole trascorrere due ore a piangere e a essere assecondato nelle proprie e corrette convinzioni.
Voto:
2.5 out of 5.0 stars