Guardare un film di Christian Petzold implica la condizione dell’abbandono, ovvero la necessità di lasciarsi trasportare dal flusso delle immagini come i personaggi delle sue storie si affidano, spesso ciecamente e inconsapevolmente, al lentissimo eppure improvviso sviluppo degli eventi.
È quanto accade a Laura nel notevole Miroirs No. 3: la giovane donna, interpretata magneticamente dalla sodale di Petzold Paula Beer (a sua volta evoluzione simulacrale dell’antico feticcio Nina Hoss), si vede all’inizio inquadrata immobile sul fondo del quadro, assisa centralmente e con lo sguardo perso nel vuoto. In seguito a un incidente automobilistico, la ragazza si ritrova nell’aperta campagna berlinese a vivere, come se nulla fosse, con la donna che l’ha soccorsa e insieme alla sua famiglia, composta dal marito e dal figlio.
A rendere la pellicola incantevole – nel senso letterale del termine, considerato il prosaico e asciutto realismo magico che infonde tutti i film dell’autore tedesco – è la straordinaria capacità con cui Petzold plasma un’atmosfera climatico-sentimentale a partire dal modo di rappresentare la natura. Il calore della luce diurna, la soffice texture delle nuvole bianchissime, l’estensione del cielo, la cura meticolosa nel sound design che investe ogni fruscio e ronzio: tutto serve per connotare la zona rurale appena fuori Berlino come un non-luogo o uno spazio altro, calato e identificato nel suo isolamento dalla città. La pregnanza delle immagini e dei suoni di Miroirs No. 3, a cui bisogna aggiungere la musica (principalmente Chopin e Ravel – che con una sua opera dà anche il titolo al film –, ma pure la contemporanea The Night di Frankie Valli & The Four Seasons) che assumerà invero un forte valore narrativo e simbolico, consentono allo spettatore di squarciare la superficie del realismo minimalista che solo apparentemente domina il cinema di Petzold e di varcare la soglia di un mondo abitato da fantasmi (in un film dove anche le auto possono realisticamente scomparire o diventare invisibili).
Il nuovo film dell’autore tedesco, ugualmente a tante altre sue opere, può essere infatti letto come un ghost movie: storia di presenza in absentia, quella di Laura è l’ennesima variazione sul tema del doppio, che Petzold indaga a partire dal noir classico hollywoodiano (in primis quel Vertigine di Preminger il cui titolo originale corrisponde proprio al nome della protagonista di Miroirs No. 3) e dall’hitchcockiano Vertigo, fino ad approdare opportunamente ai suoi stessi film.
Nel racconto di una donna venuta dal nulla e al contempo restituita alla terra dalla morte, Laura diventa per Betty (una brillante Barbara Auer) la reincarnazione simulacrale e fantasmatica della figlia Yelena, suicidatasi poco tempo prima. Dapprima riluttanti, anche il marito Richard (Matthias Brandt) e il figlio Max (Enno Trebs) comprendono che Laura può fungere effettivamente da farmaco, se non da mero palliativo, per curare una famiglia a pezzi e imprigionata in reciproci e luttuosi silenzi.
Eppure, la natura doppia di Laura si espande anche nel reame extracinematografico della filmografia del regista stesso, sembrando un vivido ricordo di tante altre eroine petzoldiane: come la Barbara del film omonimo, anche Laura dovrà confrontarsi con un pianoforte scordato (e con le relative e subitanee implicazioni metaforiche prodotte dallo stato alterato dello strumento); inoltre, come la protagonista de Il segreto del suo volto, Laura sarà interessata da un processo di mimetizzazione, clonazione e sdoppiamento fisico ed emotivo ad opera di qualcuno che non riesce a superare un lutto. Per non parlare poi delle corrispondenze fiabesche e fantasmatiche con lo straordinario personaggio di Undine interpretato dalla stessa Paula Beer nella pellicola del 2020.
La conquista del sublime da parte di Petzold sta nel fatto di riuscire a condensare tutti questi elementi in una forma tanto secca ed essenziale, merito dei microscopici eppure risonanti dettagli del suo cinema. In Memoirs No. 3 questi ultimi coincidono con la circolarità simbolica tra la prima e l’ultima scena, l’impiego del fuoricampo sonoro (che permette al film di attraversare allusivamente i confini di diversi generi cinematografici), i semplici e coincisi caratteri dei personaggi (si noti la differenza con cui gli uomini e le donne affrontano il lutto: i primi, costantemente alla ricerca di qualcosa da aggiustare, nell’alacrità dell’azione mentre le seconde nel silenzio del pensiero) e, infine, il corpo-icona di Paula Beer.
L’eccezionale attrice tedesca imprime su di sé la sintesi tematica del film: gracile e ossuto, il suo corpo rimanda alle strutture morfologiche dell’opera di Petzold, mentre il suo magnifico sguardo insondabile custodisce i segreti dei contenuti dell’inafferrabile filmografia dell’autore. Della quale Miroirs No. 3 rappresenta un altro formidabile tassello.
Voto:
4.0 out of 5.0 stars