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Posters & Co – Eddington, Wojnarowicz e la crisi dell’istituzione

Posters & Co - Eddington, Wojnarowicz e la crisi dell'istituzione Posters & Co - Eddington, Wojnarowicz e la crisi dell'istituzione
Copyright: I Wonder Pictures

Premessa

Prima di presentarsi attraverso messa in scena, narrazione e temi i film parlano innanzitutto attraverso la loro trasmissione mediatica: in questo senso, il poster è il dispositivo di primo accesso alla significazione di un’opera. Ed è per questo stesso motivo che, al netto di tante costruzioni schematiche e/o piramidali di locandine pubblicitarie tutte uguali tra loro, meritino l’analisi alcuni film che hanno saputo dire tutto fin dalla propria prima traccia.

Eddington (2025)

Presentato in anteprima al 78° Festival di Cannes e distribuito nelle sale cinematografiche statunitensi dalla A24 a partire dal 18 luglio 2025, per poi giungere in Italia soltanto nell’ottobre successivo, Eddington è la quarta fatica di Ari Aster, uno dei registi sicuramente più divisivi nel panorama cinematografico contemporaneo. Il suo lungometraggio, che prende le mosse dalla narrazione di un micro-mondo bersagliato non soltanto dal Coronavirus ma anche dal conseguente delirio mediatico, ha saputo far parlare di sé non soltanto esponendo ancor di più il pensiero e le tematiche ormai tipiche di un regista non (più) soltanto horror, ma anche per mezzo di una serie di elementi maggiormente tecnici.

Ci viene senz’altro in mente l’utilizzo dell’espressione SolidGoldMagikarp, utilizzata per sottolineare metaforicamente uno dei paradossi del mondo iper-tecnologizzato della nostra contemporaneità: a ben vedere, trattasi di un’espressione che si ottiene direttamente dalla recente cultura dell’intelligenza artificiale generativa, analizzata dal punto di vista della reiterazione statistica di determinati token. SolidGoldMagikarp, per un non ben precisato motivo (presumibilmente da una scansione dei back-end dei principali e-commerce presenti nel mercato delle SERP), è uno dei token che i modelli di linguaggio restituiscono con maggiore frequenza, in qualche – poco romantico, di certo – modo restituendo valore e vigore al Pokémon“scarso” per eccellenza, ma a cui si deve una delle trasformazioni più iconiche nell’intero comparto videoludico. L’elemento che più emerge dalla presentazione mediatica di Eddington è, però, di sicuro uno dei suoi poster più celebri, con cui Ari Aster ha presentato per la prima volta il suo film nel mercato della Croisette, utilizzando un’opera d’arte pre-esistente che ha immediatamente, e con buona ragione, stimolato un interessantissimo dibattito sulla natura politica e ideologica della stessa. 

L’utilizzo della mascherina all’interno del film diventa l’elemento catalizzante su cui si fonda gran parte della polemica del lungometraggio, e non è un dettaglio il fatto che il mondo stesso che Ari Aster rappresenta (al netto di giudizi di valore che ne fanno un autore, seppur strabordante, quanto meno impegnato) sia uno spaccato di realtà effettivamente data, in cui la polemica sullo stato della viralità – parafrasando quanto ben intuito da Susan Sontag nei suoi saggi sulla malattia come metafora – diventa un modo per parlare anche di politica e di ideologia. Il poster di Eddington è allora la perfetta sintesi dell’intero discorso posto in essere fino a questo punto della nostra analisi: l’opera d’arte che Ari Aster sceglie è Buffalos, nome a-posteriori conferito all’Untitled di David Wojnarowicz, realizzate tra il 1988 e il 1989. Realizzata a seguito di una visita di Wojnarowicz al National Museum of American History di Washington, l’opera riflette una pratica con cui l’artista e fotografo statunitense si è confrontato, la caccia ai bufali che venivano spinti affinché cadessero dalle scogliere per massimizzare gli effetti dell’attività e per provocare loro morte certa.

L’attivista politico, non di certo il primo che trova nella triste condizione dell’animale cacciato un parallelo con l’indifferenza dell’istituzione nei confronti del cittadino, intendeva così mostrare l’effetto destabilizzante della politica del terrore che il governo americano ha realizzato negli anni più bui della “lotta all’AIDS”, perpetuata principalmente attraverso un clima di enorme deterrenza per il cittadino, affinché quest’ultimo potesse non solo astenersi da qualsivoglia pratica sessuale non protetta, ma vedesse nel sieropositivo una minaccia vera e propria. Ancora, la letteratura scientifica dimostra che, prima di ottenere consapevolezza circa l’effettiva trasmissione del virus dell’HIV, il delirio collettivo considerasse addirittura pericoloso un contatto con la saliva, associando l’AIDS a una generica forma di trasmissione virale. 

Sulla base del diorama con cui ha avuto la fortuna di confrontarsi, David Wojnarowicz ha scelto di servirsi del bianco e nero per rendere ancor più esplicito il proprio messaggio sulla crisi epidemica e sull’inconsistenza della reazione dell’istituzione, equiparando così il cittadino sofferente (e/o malato) all’animale che viene deliberatamente abbandonato e spinto verso la morte. Ed è questo utilizzo, tutt’altro che banale nella forma della sua selezione ideologica, che rende Eddington un film immediatamente politico fin dalla scelta del suo poster pubblicitario: la crisi dell’AIDS è ormai lontana dalle definizioni che il fotografo e attivista statunitense intendeva diffondere attraverso la sua opera, ma ciò che resta immutato è il clima di sfiducia che il cittadino presenta nei confronti dell’istituzione. L’amministrazione Trump, soprattutto in merito alla gestione fallace e indifferente della pandemia, affidandosi a beceri tentativi di benaltrismo e di decentralizzazione del problema, si è affidata a slogan diventati iconici (per i motivi sbagliati, si intende) di “virus cinese”, replicando – de facto – le medesime formule che già durante il difficile periodo dell’AIDS avevano fomentato una reazione da forcone di cittadini contro altri cittadini. Il resto è decisamente sotto gli occhi di tutti: indipendentemente dal risultato complessivo di Eddington, che porta sì in campo una grande discussione ideologica pur soffrendo dell’elucubrazione del suo autore, il film è allora una traccia necessaria (e imperdibile) del nostro presente, con quella che probabilmente è la locandina più incisiva e decisiva di tutto il 2025.

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