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La mattina scrivo e l’insopportabile peso della vanità francese

La mattina scrivo e l'insopportabile peso della vanità francese La mattina scrivo e l'insopportabile peso della vanità francese
Copyright: Teodora Film

Diceva il filosofo e saggista rumeno Emil Cioran che “I francesi sarebbero il popolo più felice della terra se la vanità non turbasse la loro felicità.”, una frase che ci è tornata in mente a margine della visione di La mattina scrivo, titolo italiano con cui è conosciuto A pied d’oeuvre di Valerie Donzelli, Premio Osella per la migliore sceneggiatura alla Mostra del Cinema di Venezia 2025. Bastien Bouillon, in una comunque ottima interpretazione del protagonista Paul, veste i panni di un valente fotografo francese che decide di spogliarsi (e non solo metaforicamente) dei panni dell’artista impegnato e di successo per vestire quelli “francescani” del povero letterato, portando così sullo schermo una parabola impossibile della ricerca del fallimento. Ed è un’intuizione niente male, considerando che il mondo contemporaneo converge tutto verso una direzione alternativa, quella del successo, della felicità a tutti i costi, della soddisfazione e della pienezza di sé che passi attraverso i miti capitalistici del self-made-man, del farsi da soli e del destinare tutte le proprie risorse energetiche verso un’attività che permetterà di ottenere (al termine del proprio percorso) il successo.

La Francia, dicevamo: La mattina scrivo è evidentemente un film figlio di una cultura che non si è mai accontentata delle pre-esistenti parabole sociali, cinematografiche o legate all’essenza stessa dell’arte, ma che ha sempre tentato di innovare la funzione primaria del movimento attraverso la nascita e lo sviluppo della Nouvelle Vague, un modo di pensare l’arte – prima che di fare cinema – che ha accompagnato, al vagabondaggio tipico del neorealismo italiano, un sistema di rappresentazione inedito della società; per quanto marginale, nella storia dell’intera cinematografia francese, allora, La mattina scrivo ne sembra quasi l’appendice: intelligente nella sua forma, audace nel tentativo di porre in essere una disperata forma di sovversione ideologica (non più vincere, ottenere il successo, ma sopravvivere nella povertà), stucchevole e retorico nella messa in scena e nel messaggio risultante.

Sfruttando lo stilema dell’osservazione delle scarpe dei cittadini per cui realizza piccoli lavoretti – un qualcosa che un francese d’adozione come Nanni Moretti faceva anni prima con Bianca -, Valerie Donzelli tenta di superare le mere suddivisioni classiste della società, dimostrando che in fondo si è tutti uguali di fronte alla passione, tutti piuttosto schiavi di un mondo che appiattisce e ingloba nel tentativo disperato di ottenere un introito nel proprio conto in banca. E non è certamente da sottovalutare il modo in cui questo discorso prende forma, pur se in maniera didascalica, sullo schermo: la guerra delle offerte basata sull’algoritmo di proposta lavorativa si fa al ribasso, in un mondo di aste che invece convergono verso l’aumento e l’alzare la posta; se il prodotto artistico trova il suo massimo compimento – nella dialettica comune – nell’offerta successiva che ne innalzi il valore fino a portarlo alle stelle, i lavoretti accettati da Paul rasentano il sotto-pagato, sono insostenibili per qualsiasi vita voglia essere compiuta, eppure è proprio questo modo di vivere che garantisce allo scrittore di ottenere la vera conoscenza delle cose.

Probabilmente è in questo passaggio cruciale – ovvero, riuscire comunque a farcela e a diventare lo scrittore che sogna di essere – che il film cede alla tentazione, dimostrando la sua estrema (e piuttosto insostenibile) retorica del sopravvivere agli eventi. Una retorica che, del resto, ritorna anche nella messa in scena, che non si accontenta soltanto di rappresentare la realtà attraverso la camera fissa, ma che aggiunge a questa il fish-eye in diverse inquadrature, o che si affida a dialoghi piuttosto didascalici per offrire un suo giudizio (non sempre richiesto e quasi mai davvero determinante) sulla realtà che potrebbe limitarsi a osservare con una genuina curiosità. Ritorna decisamente, allora, Cioran e quanto egli stesso affermava: un’insopportabile vanità “sporca” quel messaggio di per sé semplice, ma efficace, di un mondo non soltanto possibile, ma esistente (il lungometraggio muove pur sempre i suoi passi da un’autobiografia, scritta da Franck Courtés, la stessa che si osserva alla fine del film); un po’ come dire che la realtà in sé non contenga i germi di un racconto abbastanza efficace e abbia bisogno di ulteriore impurità per riuscire nel suo intento.

Voto:
2.5 out of 5.0 stars

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