Ho avuto l’onore di poter parlare con la leggendaria Isabelle Huppert, in occasione della presentazione, fuori concorso alla Berlinale, di The Blood Countess di Ulrike Ottinger, in cui interpreta la Contessa di Sangue in persona: Erzsébet Báthory,
Madame Huppert è un punto di riferimento per la critica e la cinefilia di tutto il mondo, la più grande attrice europea vivente. Forse, per certi versi, la più grande di sempre.
Non voglio dilungarmi troppo per lasciarvi subito all’intervista, ma ci tenevo a ringraziare tutti i ragazzi in redazione per il contributo straordinario nel corso di questo – distruttivo – festival. Insieme, abbiamo portato a casa un risultato straordinario, coronato da questa intervista, il primo vero grande traguardo di questa avventura.
Buona lettura.
L’intervista
È la prima volta che interpreta un vampiro, giusto?
Huppert: La prima, ma non l’ultima (ride, n.d.r.).
Quanto è stato divertente?
Huppert: È stato divertente, ma… avrebbe potuto mordere più colli (ride, n.d.r.). Per questo ho detto “la prima ma non l’ultima”, o almeno me lo auguro. È stato divertente, sì. È stato divertente stare con Ulrike Ottinger sul set per due mesi. È una persona molto interessante e l’aspetto più affascinante è quello di seguire la sua follia creativa, i suoi sogni e le sue visioni.
La regista ha dichiarato che considera il suo personaggio nel film come una “donna moderna”. Lei che impressione ha, invece? Inoltre, la Ottinger ha dichiarato che la società contemporanea concepisce il vampirismo in una maniera differente rispetto a quello che incarna il suo personaggio. Può raccontarci cosa rappresenta per lei questo personaggio in relazione alla modernità che rappresenta?
Huppert: Beh, nel film credo che Erzsébet sia una figura simile a un messaggero. Non so se questo aspetto la rende moderna o meno. Questo perché lei si muove molto nel film, alla ricerca di “un qualcosa” che non viene esplicato chiaramente nel corso della storia, ma che in realtà, è una “fonte di vita”. E nel ricercare la vita, viene attratta inevitabilmente anche dalla morte.
Come ha lavorato sulla presenza fisica della Contessa?
Huppert: Il mio lavoro è stato definito in prima base dal lavoro di Ulrike sui costumi, le acconciature e il trucco. Questo aspetto ha aiutato a farmi avere un’idea del personaggio già dall’inizio della lavorazione. Certamente poi, discutiamo di alcuni elementi, ma fondamentalmente mi sono abbandonata alla sua visione.
Inoltre, alcuni aspetti della caratterizzazione di Erzsébet sono stati semplici da individuare. La Bathory era una donna di estrazione nobiliare, nata secoli fa. E il film, un’opera che vive libera dai limiti del tempo (la Huppert ha usato l’espressione timeless, lett. senza tempo, n.d.r.), ad esempio avvalendosi di costumi anni ’50, pur essendo ambientato ai giorni nostri. Ciononostante, la Contessa ha il peso di una certa eredità storica.
Intuitivamente, ho deciso di farla parlare in un certo modo. È un personaggio spaesato, per via delle continue resurrezioni a cui è soggetta ciclicamente. È dissociata dal presente. Tutti questi ragionamenti arrivano a posteriori comunque, le scelte che abbiamo preso rispetto alla caratterizzazione di Erzsébet sono state dettate dall’intuito.
In questo film recita in inglese, francese e tedesco. Come è stato lavorare in tre lingue diverse?
Huppert: È stato semplice poiché è parte della storia. Anziché diventare un problema, fortifica i legami tra le persone. Non tutti parlano la stessa lingua, ovviamente, ma in ogni caso ci si capisce a vicenda, ed è una bella sensazione.
La Ottinger è stata la sua insegnante di dizione per le scene in tedesco?
Huppert: Beh sì, ho dovuto lavorare sul mio tedesco.
È la terza volte che lavora a un testo di Elfriede Jelinek (co-sceneggiatrice del film, nonché scrittrice del romanzo La pianista, da cui Michael Haneke trasse il suo film omonimo, n.d.r.). La prima volta è stato in Malina, credo…
Huppert: Sì, dopo c’è stato La pianista.
The Blood Countess è un progetto molto diverso dai due precedenti, c’è un senso dello humor che non ci si aspetterebbe dalla Jelinek.
Huppert: Esattamente. Purché si tenda a pensare il contrario, secondo me ne La pianista ci sono molti momenti divertenti, al netto della premessa (ride, n.d.r.). Non sono stata sorpresa dal “tono leggero” del film, siccome era già tutto chiaro dalla sceneggiatura e dal mondo in cui Ulrike raccontava il progetto. Non mi aspettavo approcci sentimentali o melodrammatici.
Cosa la attrae di questi personaggi femminili moralmente combattuti?
Huppert: Per quanto possa suonare ambiguo, trovo sempre qualcosa di legittimo nella loro morale. Il mio lavoro consiste nel navigare continuamente tra i poli opposti dell’essere umano. Succhiare il sangue è una metafora della vita stessa. Le cose non sono mai bidimensionali, tantomeno i personaggi.
Ogni anno, lavora a molti progetti, come fa a scegliere tra le molte proposte che le arrivano?
Huppert: Non sai mai se un film sarà un successo. Per certi versi, in alcuni casi è come se il film fosse un successo anche se piace a una singola persona. Non puoi mettere tutti d’accordo, non puoi pensare di avere una egemonia sul successo, poiché è tutto legato al giudizio soggettivo: ad alcuni piacciono le mele, ad altri le pere, non puoi compiacere ogni spettatore.
A proposito della scelta dei ruoli, penso che una volta che hai deciso di accettare un film, è come se lo avessi già realizzato. Capisci che intendo? In francese diciamo la messe es dite (lett. la messa è finita, un equivalente del nostro quel che è fatto è fatto).
La decisione finale è cruciale, lo credo davvero. È per questo che scelgo con cautela i miei film, e ovviamente sono fortunata ad avere questa possibilità di scegliere ruoli che rispettino i miei standard di qualità.
Il cinema è immenso… nel senso che, per quanto tu possa aver fatto tutta la preparazione di questo mondo (ed è il caso di The Blood Countess, per il quale abbiamo lavorato molto alla pre-produzione di costumi, arredamenti, trucchi) ma una volta iniziato il film, l’unica cosa che conta è il risultato finale, il modo in cui ti relazioni allo spazio che hai attorno. In questo film è stato molto importante. È come se ci fosse un linguaggio invisibile tra gli attori e le incredibili scenografie. Questo grazie allo stile di regia di Ulrike, ovviamente. Perché il viaggio attraverso Vienna nel film, non risulta solamente una passeggiata turistica, si spera.
In un’intervista alla Ottinger, l’ho sentita dire che “Isabelle potrebbe fare di tutto”. Forse questo ruolo è stato “inusuale” in un certo senso per lei, siccome si tratta di un’interpretazione che si regge molto sui silenzi.
Huppert: Oh, non credo che sia un personaggio silenzioso. Ho l’impressione di parlare per tutto il tempo! Guardando il film l’altra sera in compagnia del pubblico, riuscivo a percepire il loro stupore, durante la visione. Come se non riuscissero a credere ai loro occhi. Non so perché, credo sia stata una bella sensazione, siccome fare film vuol dire questo: non riuscire a comprendere consciamente cosa le immagini stanno cercando di mostrarti.
Com’è stato lavorare al fianco di Birgit Minchmayr in questo film? Avete una bella chimica in scena.
Huppert: Lo penso anch’io, è un’attrice incredibile. Ma anche gli altri membri del cast. Ero circondata da grandi talenti sul set. Sono da sempre un’amante di attori e attrici di lingua tedesca, austriaci e tedeschi insomma. Lars Eidinger ad esempio, l’ho visto recitare varie volte a teatro con Thomas Ostermeier. Ammiro il lavoro di ogni membro del cast di questo film.
Qual è stata la parte più impegnativa di questa interpretazione?
Huppert: Hmm, non ci sono parti impegnative per me (ride, n.d.r.). Anche perché so sempre come risolvere ogni problema.
Quindi è stato facile?
Huppert: Sì, molto. Ma anche se avessi avuto difficoltà, non te le racconterei (ride, n.d.r.).
Come è stato girare la prima scena del film, quella in cui è sull’imbarcazione rossa nella grotta?
Huppert: Divertente. Mi piace il modo in cui la regista gioca con questi luoghi così celebri, come la scala a spirale all’opera o la cripta, in cui è ambientata una sequenza alla fine del film. Non ero così sicura di voler andare sulla barca nella grotta, sono un po’ claustrofobica. Ma quantomeno è stato piacevole, forse un po’ freddo per i miei gusti. Come è stato piacevole girare tutti questi posti in generale.
Ma anche la scena ambientata al Narrenturm, quella in cui ci sono esposti feti e corpi deformi.
Huppert: Sì, il museo delle deformità. Credo che ci sia un museo simile anche da noi a Parigi, ma non ne ricordo il nome. È pieno di cose spaventose (si riferisce al Musée Dupuytren di Parigi, n.d.r.).
Sono curioso, pensa che il suo lavoro sia liberatorio?
Huppert: È liberatorio lavorare, punto. La recitazione ti libera. Credo inoltre che ogni ruolo nasconda una certa bidimensionalità. Tutto è il contrario di tutto: dietro all’oscurità può sempre celarsi il divertimento e viceversa. Questo costante dualismo tra opposti, a prescindere che sia visibile o meno, è palpabile in ogni grande prova di scrittura o messa in scena. In particolare, penso a Michael Heneke, questo dualismo, questa distanza, ti aiuta a mostrare il contrario di quello che significa stare dietro le quinte, capisci cosa intendo?
Quali sono i suoi prossimi progetti?
Huppert: Oh, il mio prossimo progetto è in Australia, sarò ad Adelaide tra due settimane, per un festival di teatro. Reciterò un testo che sto portando in giro da anni, Mary Said What She Said, diretto da Robert Wilson, che ho già portato a Vienna anni fa. Sto facendo due tournée al momento, l’altra opera è di Romeo Castellucci, Bérénice e mi esibirò in Spagna e Portogallo. Dopodiché girerò un film in estate.