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Berlinale 76 – Queen at Sea: genitori, mariti samaritani, figli assenti nel nuovo intenso dramma di Lance Hammer

Fantastico ritorno dietro la macchina da presa di Lance Hammer, regista che esordì nel 2008 con Ballast, enorme successo di critica al Sundance, che arrivò a collezionare anche 7 candidature agli Independent Spirit Award di quella stagione. Da allora, al netto di una fragorosa accoglienza per la sua opera prima, è sparito dalla scena. Il suo ritorno passa per il Regno Unito: ambientato in una Londra mogia e periferica come non siamo solitamente abituati a vederla, racconta di una donna di mezza età, Amanda (Juliette Binoche), docente universitaria a Newcastle, che prende un anno sabatico dal lavoro per stare vicina a sua madre Lesley, malata di demenza. Lesley vive con il suo secondo marito, Martin, uomo premuroso e dedito al benessere della sua amata.

L’opera si apre con una scena spiazzante, in cui madre e patrigno stanno avendo un rapporto sessuale. Amanda, indignata, chiama polizia e servizi sociali sostenendo che sua madre non sia in grado di esprimere consenso nelle sue condizioni neurologiche. Questo snodo sui generis, porta la famiglia protagonista all’interno di un vortice burocratico, in un paese in cui quest’ultima, agisce, anziché temporeggiare e abbandonare del tutto i cittadini. La componente sessuale fa da filo rosso attraverso i tre atti della narrazione, diventando infine il pretesto per intavolare una riflessione sulla spericolatezza con chi i figli, alle volte, scelgono di sentenziare sulle scelte che i propri genitori dovrebbero compiere. Amanda non è una figlia presente, non è tantomeno la caregiver di sua madre. Martin al contrario, fa da marito, badante e migliore amico a sua moglie malata.

Queen at Sea è un film di una bellezza disarmante, grazie a una fotografia che gioca sugli spazi vuoti, attorno ai personaggi, quando inquadrati in campi a due (o a tre), come a lasciare sempre una porzione di immagine libera, affinché la si riempia con ciò che è invisibile (sensi di colpa, dilemmi etici, rabbia repressa e non detti). D’altronde, la libertà (e la privazione di quest’ultima) lega concettualmente buona parte del film. Soprattutto nell’accezione in cui la privazione della libertà viene applicata alla memoria che svanisce e con essa il libero arbitrio.

In un certo senso, l’impopolarità con cui il film racconta la figlia della storia, ricorda il cinismo del bellissimo esordio di Maggie Gyllenhaal, La figlia oscura, in cui l’egoismo di una madre single nell’allontanarsi spesso dalle proprie figlie durante l’infanzia, veniva fatta passare per “comprensibile”. Non si parla di scelte giuste o sbagliate, in questi drammi, ma di decisioni sincere, pur essendo viziate dall’individualismo, che pertanto vanno rispettate e buttate giù, con tutto l’amaro in bocca.

3.5 out of 5.0 stars

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