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Cime Tempestose e la nuova plastica

Cime Tempestose e la nuova plastica | La recensione Cime Tempestose e la nuova plastica | La recensione
Copyright: Warner Bros.

C’è una scena certamente illuminante, nel secondo Crimes of the Future di David Cronenberg, in cui un bambino mangia la plastica; il cambiamento del mondo previsto (o comunque osservato molto da vicino dal regista canadese, uno dei più lucidi nel rappresentare il contemporaneo) dal film è già ampiamente oggetto di dibattito, soprattutto per quella percezione di godimento, di appagamento, che la plastica offre diventando oggetto di nutrimento alla fine del film. Ed è la plastica stessa a diventare uno degli emblemi del contemporaneo: il cinema è inevitabilmente cambiato, e non per forza questo può dirsi un pregio o un difetto, a fronte della contaminazione di tutto ciò che lo circonda. Da sempre ciò che compare davanti alla macchina da presa risente di elementi storici, di percorsi ideologici, di vere e proprie trasformazioni sociali che abitano il mondo e il contemporaneo (diremmo quasi un nuovo post-moderno che attinge a piene mani dalle logiche social) ha posto in essere un cambiamento radicato innanzitutto nella sua estetica, nella cura visuale del prodotto, nell’immagine stessa con cui viene proposto sullo schermo.

Ed è in questa precisa parentesi della storia che si pone il nuovo “Cime Tempestose” di Emerald Fennell. Le virgolette, ad accompagnare il titolo, non sono che l’esercizio di elucubrazione da parte della regista, che dichiara fin da subito di non voler portare sul grande schermo un adattamento pedissequo dell’opera, ma una sua personale versione, che deriva dalla lettura e dalle sensazioni che vengono comunicate dall’opera; un ideale, lo diciamo senza troppa ipocrisia, tendente all’onanistico, eppure perfettamente dichiarativo dello spirito dell’opera: fino a (quanto?) poco tempo fa il cinema si preoccupava di porre, davanti alla macchina da presa, un oggetto di realtà, catturando una porzione della storia per restituirla allo spettatore; in alternativa, costruiva mondi fantascientifici, universi verosimili, oggetti intangibili o qualsiasi altra cosa sapesse rispondere a precise esigenze ideologiche. Il cinema, insomma, compie la sua missione o per fotografare il reale o, quanto meno, per decostruirlo, seguendo l’urgenza di comunicare, di porre in essere un dialogo con lo spettatore, o semplicemente di trasmettergli qualcosa: Cime Tempestose non fa nulla di tutto ciò, incorniciando tutto in una piatta, posticcia e insopportabilmente plastica estetica social l’intero oggetto del suo racconto.

Un racconto che dovrebbe essere erotico, come comunicano tutti gli oggetti sapientemente posti sullo schermo, o che stimolano la risposta sensoriale dello spettatore: Emerald Fennell sembra essere particolarmente votata al finto ambiguo, ed ecco che il film inizia con il suono di un uomo che si dimena mentre viene impiccato, simulando il medesimo rumore prodotto dalle assi di un letto mentre si sta avendo un rapporto sessuale; si prosegue sulla stessa linea con numerosissimi elementi dello stesso genere, come le mani di Heathcliff nelle uova (il cui fluido richiama lo sperma), la bava della lumaca e i polli sventrati (secrezioni vaginali e vulva), dita infilate nella gelatina (masturbazione vaginale), rosa e fungo nel quaderno dell’amicizia di Isabella (vagina e pene), e si potrebbe continuare con tanti altri esempi dello stesso genere per rendere conto di quanto tutto il film segua questo stesso filone. Una linea artistica, del resto, oggetto della medesima curatela anche dal punto di vista tecnico: scenografie e fotografia annegano in un mare magnum di nebbia posticcia, di sfondi da screensaver e di immagini geometriche perfettamente sintetizzabili e inquadrabili più in una condivisione social successiva che nelle logiche stesse del film; addirittura l’aspetto cromatico del film, che abbonda dell’utilizzo scolastico del rosso e del verde (i colori cinematografici del sentimento esplosivo e della corruzione) degli interni, risponde a un trattamento assolutamente insostenibile, confezionando un prodotto scadente tanto nelle sue intenzioni quanto nella riuscita e nella messa in scena. Le singole riprese, ancora, sembrano quasi essere sconnesse l’una dall’altra, non comunicando in un oggetto di continuità (è povero anche il lavoro sul montaggio) ma funzionando soltanto, e ancora, in vista di una clip successiva, nell’ossessiva ricerca del contenuto instagrammabile. Di quell’erotismo di cui sopra, allora, non resta che la patina, l’immagine da cartolina: il sangue di Catherine che macchia in maniera fin troppo certosino il letto nuziale, il sudore sulla schiena dell’Heathcliff di Jacob Elordi, il vestito stretto su quella di Margot Robbie e tanto sesso troncato sul nascere, ancor più numerose scene che non sono minimamente in grado di comunicare allo spettatore quella pulsione erotica di cui dovrebbero essere estreme portatrici.

Una menzione ad hoc meritano le stesse interpretazioni, catturate da quello stucchevole e vaporoso modo di portarle in scena: Margot Robbie prova a difendersi, sulla base di un’esperienza certamente non cestinabile, mentre Jacob Elordi sprigiona incompetenza (oltre che sudore) da tutti i pori, con l’intero lavoro sul cast che – se non altro – ci conferma il grande talento del giovanissimo Owen Cooper, seppur legato (tra Adolescence e questo ruolo) soltanto a fenomeni di over-acting. Dell’intera operazione di Cime Tempestose non resta, allora, nulla: se mai questo film avesse avuto una buona idea di fondo nella ri-attualizzazione storica (e critica) di un romanzo figlio della pigra cultura della borghesia che tanto decanta, allora Cime Tempestose ne sarebbe soltanto il figlio imperfetto. Non c’è nessun motivo, che non anneghi nella medesima pigra, bieca e annoiata arte borghese, che renda necessaria un’operazione simile.

Se il cinema vuol rendersi figlio della sua immagine social più virale, se ha smesso di dire ciò che aveva necessità di comunicare, se davanti alla macchina da presa non c’è più bisogno di rappresentare mondi ma solo filtri, allora, lunga vita alla nuova plastica.

Voto:

1.0 out of 5.0 stars
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