Grant McCracken sottolineava come il passaggio fondamentale nella cultura del consumo fosse stato determinato dall’insorgere di un modello di nuova nobiltà dell’Inghilterra elisabettiana della seconda metà del XVI secolo; secondo il sociologo, la necessità di esprimere il proprio status – a seguito di una volontà della regina di imporre il trasferimento dalle residenze di campagna a corte, per ricevere onori – divenne l’ossessione fondamentale di una classe nobiliare che non poteva più esprimersi attraverso l’elemento della famiglia, della natalità, ma che doveva per necessità esporre vistosamente il suo status, per mezzo di elementi quali abiti, gioielli e tutto ciò che potesse conferire un ideale di grande ricchezza percepita. Questo grande concetto, che cambiava definitivamente l’ottica del consumo in una cultura delle apparenze, fu sintetizzato attraverso il termine “patina”, quel breve strato di velatura che si forma sugli oggetti più antichi, alternandone definitivamente l’estetica. La patina sembra ricordarci, oggi, di una realtà produttiva e distributiva che ragiona più o meno attraverso gli stessi meccanismi mentali: non un’esibizione del valore, una messa in discussione delle capacità di un artista, quanto più un arricchirsi di nomi e di status, talvolta in maniera acritica e mal-contestualizzata, per restituire al pubblico prodotti di facile consumo e accesso, incuranti dell’effettiva portata di ciò che sta creando.
Probabilmente McCracken non immaginava Netflix nelle sue indagini sociologiche, ma il nuovo La ballata di un piccolo giocatore di Edward Berger ce lo ricorda molto; tolti i suoi primi tre lavori, il regista svizzero-austriaco si è imposto sulla scena internazionale attraverso il remake di uno dei film più importanti della storia del cinema, Niente di nuovo sul fronte occidentale, e gli Oscar ne hanno premiato l’operazione conferendo (in un’annata particolare) diverse statuette al lungometraggio, tra cui quello di miglior film internazionale; poi è stata la volta di Conclave, che ha invece stregato per il suo concetto di thriller e che ha portato a casa una statuetta per la migliore sceneggiatura non originale. A distanza di poco meno di un anno, Edward Berger è già dietro la macchina da presa per un nuovo film che sposta totalmente il raggio d’interesse, ambientato a Macao (o quel che sembra della sua ombra) e dedicato al gioco d’azzardo (o quel che sembra dei pochissimi minuti in cui se ne può effettivamente osservare qualche componente), con Colin Farrell e Tilda Swinton (o quel che sembra dai nomi dei due attori, desaparecidos all’interno del film) nei panni dei due protagonisti. È un trittico che sembra comunicare tutto, anche se nel verso sbagliato: parliamo di un autore che fonde totalmente la sua identità e la sua ricerca in un appagamento immediato ed effimero del gusto dello spettatore, spesso in nome di elementi thriller scialbi e piuttosto raffazzonati, in questo caso addirittura nel ritmo e nella capacità di scrittura dell’ultimo atto.
Ne deriva, allora, un film estremamente fiacco che sembra non riuscire a trovare mai la sua direzione: il Lord Doyle di cui si parla, vestendo guanti e abiti sgargianti, si muove alla ricerca del “colpo grosso” che ripagherà tutti i suoi debiti e il film sembra immediatamente strizzare l’occhio a quella tradizione di cinema povero, eppur divertente e accattivante per mezzo del contesto del casinò (21, per fare un esempio, sembra addirittura essere più quadrato), ma proprio quello che è l’elemento contenutistico più rilevante – il gioco d’azzardo, la volontà di vedere le carte, l’alternarsi tra vittorie e sconfitte – viene meno immediatamente, con l’inseguire una componente onirica e spiritica che demolisce definitivamente l’aspetto del film; sul piano ideologico, del resto, il film sembra totalmente incapace di prendere una direzione, mai esaltando e mai demolendo il gambling, la cultura a esso legata e l’ideale stesso del gioco e dell’ossessione per il colpo che cambierà tutto; certo, non sta necessariamente a un film insegnare allo spettatore se ciò che guarda sia giusto o sbagliato, ma è evidente come nella sua seconda parte La ballata di un piccolo giocatore prenda quella direzione moraleggiante che si esaurisce in battute di dubbio gusto (“vivi un po’”, come se vivere fosse sperperare denaro) e in un finale tanto atteso quanto scialbo e banale nella sua forma.
Persino nella cornice più estetica e nella direzione degli attori, elementi che comunque erano salvabili nei precedenti lavori di Berger, si intravede un passo indietro netto del film, con una fotografia che alterna colori saturati senza soluzione di continuità e con una colonna sonora che appare sterile sottofondo da camera; i due attori sprecati nell’economia del film, invece, sembrano essere il risultato di un modus operandi ormai tanto caro alla piattaforma: individuare elementi di iconicità in un volto e sfruttarli fino al massimo, riducendoli a sterile macchietta, con Colin Farrell impegnato a vestire i panni del classico irlandese ubriacone e violento (l’accento sembra sostenerne l’utilizzo in tal senso) e Tilda Swinton ridotta a manichino in movimento di nuovi abiti, nuove paia di occhiali e nuove parrucche. Quanto a Berger, che veniva da un remake e dall’adattamento di un romanzo, la direzione sembra ormai essere chiara per un autore che non ha nulla da dire e da comunicare, ma che insegue strutture di consumo patinate e artisticamente irrilevanti.
Voto:
2.0 out of 5.0 stars