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L’ultima missione: Project Hail Mary e l’Umanesimo di Lord & Miller

Copyright: Sony Pictures Italia, Eagle Pictures

Cosa è lecito chiedere ancora a un genere tanto antico eppure così prolifico come la fantascienza? Nuove creazioni visive da proporre allo spettatore? Nuove storie per riflettere in modo inedito sul rapporto tra uomo e tecnologia o fra essere umano e natura? Nuove bizzarre od orripilanti creature aliene? E, una volta poste tutte queste domande, quali sarebbero le risposte e, soprattutto, come sarebbero? Sarebbero originali e innovative oppure banali e convenzionali?

In un mondo dove la realtà è talmente assurda da superare la finzione (ecco, adesso a risultare banale è proprio chi scrive), forse la cosa più efficace che l’avventura sci-fi può fare è puntare tutto sui personaggi delle proprie storie. Ed è, infatti, quello che fa L’ultima missione: Project Hail Mary. E lo fa benissimo.

Il nuovo film diretto da Phil Lord e Christopher Miller, a partire dalla sceneggiatura di Drew Goddard che adatta l’omonimo romanzo di Andy Weir, si imbarca nell’audace e ardua missione di raccontare una storia continuamente intrisa di morte (il Sole sta morendo e la razza umana è destinata all’estinzione nell’arco di trent’anni) attraverso una tenera leggerezza che, nei momenti più ispirati, sfocia piacevolmente in un umorismo da cartoon o da sitcom. Il merito della riuscita dell’operazione si deve alla fluidità degli ingranaggi della macchina hollywoodiana stessa: il film è editorialmente un successo nella sua genuina identità four-quadrant, che lo rende praticamente irresistibile per tutte le età.

Colmo di un trascinante spirito spielberghiano (il regista di E. T. viene esplicitamente omaggiato dal protagonista, che intona il motivetto di Incontri ravvicinati del terzo tipo), per cui ogni nuovo film contiene in sé stesso ed esprime (anche inconsapevolmente) la storia e i canoni visivi e narrativi di tutto il cinema di Hollywood e per cui è lecito (e consigliato) commuoversi davanti al più improbabile degli eroi che si emoziona per la scoperta intellettuale e sensoriale di qualcosa di nuovo, Project Hail Mary possiede la delicatezza di un film per ragazzi e la stravaganza di un cartone animato (in particolare delle Merry Melodies dei Looney Tunes).

Totalmente incentrata sul rapporto di amicizia tra Ryland Grace, il nerd chiamato a salvare il mondo, e l’alieno Rocky (dal design simile a quello di un Pokémon), la nuova pellicola degli autori di Piovono Polpette (il cui Flint Lockwood non è poi così lontano dal personaggio interpretato da Ryan Gosling) racconta la relazione tra i due strambi amici attraverso i gesti e i movimenti, i quali assumono numerose sfumature di senso, a dimostrazione dell’accuratezza della messa in scena dei due cineasti: dalla pura e divertente slapstick comedy (la buffa gag del lento movimento parallelo delle due astronavi) alle più scientifiche riflessioni sui modi della comunicazione fino alla dolcezza dei momenti più commoventi, il gesto rappresenta sempre il nucleo del discorso e il motore della narrazione stessa.

In una space opera che sembra piuttosto una commedia di interni, Ryan Gosling troneggia con una performance davvero ragguardevole. Il pavido e insicuro Dr. Grace sembra un personaggio cucito apposta su di lui o, sarebbe più onesto affermare, lui è talmente abile da brevettare il carattere appositamente in virtù delle proprie doti recitative, qui esibite nella loro forma più smagliante. Sempre in perfetto equilibrio tra la generosità espressiva con cui si presta alle gag (soprattutto quelle fisiche e quasi cartoonesche – come quella degli occhiali storti nel casco –, dove la realtà oggettuale dura appena il tempo della gag stessa, terminata la quale lo status quo viene subito ripristinato) e la tenue grazia emotiva con cui si abbandona ai momenti più drammatici, Gosling incarna brillantemente un personaggio in cerca della propria identità e del proprio coraggio, del senso di responsabilità e del sacrificio, mentre si scontra con un mondo che lo rifiuta pur volendolo e in cui anche il linguaggio è bugiardo proprio come chi lo adopera mente a sé stesso. Accanto a lui, un’ammaliante Sandra Hüller, credibilissima anche se calata in un contesto produttivo ed estetico a lei poco affine come quello del blockbuster.

Tuttavia, a stupire è la scoperta di tutto ciò che il film ha da offrire oltre ai suoi memorabili personaggi: la bellezza delle immagini dipinte dall’esperto Greig Fraser (già autore della fotografia di Rogue One: A Star Wars Story e premio Oscar per Dune) che giustificano i tanti “amaze! amaze! amaze!” esclamati ripetutamente da Rocky, la precisione del montaggio (soprattutto nella gestione dei flashback che incorniciano emotivamente la trama principale) e la correttezza della colonna sonora, i cui brani su licenza (l’uso più riuscito è probabilmente quello di Sign of the Times di Harry Styles) si incastrano molto bene con la musica originale (principalmente di derivazione sacra) scritta da Daniel Pemberton.

Peccato soltanto per un finale dischiuso troppo rapidamente e contagiato dalla brutta deriva dei finali multipli che spesso affligge molti blockbuster. L’evidente attaccamento di Goddard, Lord e Miller ai personaggi finisce per risultare nocivo e concludere un film molto bello tra le increspature di una stucchevolezza non richiesta. Al di là di ciò e di altre imperfezioni imputabili soprattutto alla sceneggiatura, Project Hail Mary rappresenta il ritorno in grande stile di due bravi registi con la missione di raccontare un’umanità che, nonostante tutto (anche sé stessa), decide di credere nella speranza (Superman di James Gunn non risulterebbe un accostamento troppo forzato), nella vita contro la morte: un nuovo Umanesimo, in cui l’uomo è così centrale da considerare l’ipotesi di fuggire dall’umanità stessa.

Voto:
3.5 out of 5.0 stars

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