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Keeper – L’eletta: qualcuno dica a Perkins che non è obbligato a fare un film all’anno

Copyright: Be Water Film

Terzo lungometraggio da regista in tre anni per Osgood Perkins, reduce dal meraviglioso Longlegs (2024) e dall’audace (in parte) The Monkey (2025), tratto da un racconto di Stephen King. Stavolta però, non c’è King che tenga: è il turno dell’orripilante Keeper – L’eletta.

Il film è stato sceneggiato da Nick Lepard, partiamo da questa prima indicazione: si tratta del primo film da regista di cui Perkins non ha firmato la sceneggiatura. Si nota. Francamente, non vi sono grosse correlazioni tematiche tra questo lavoro e i precedenti, eccetto una.
Il cinema di “Oz” Perkins è spesso riconducibile a famiglie disfunzionali ed entità/figure malevoli intenzionate a separare i membri di quest’ultima. Una scelta che torna spesso è l’assenza di figure materne, o un rifiuto della maternità. Basti pensare alla madre brutalmente assassinata nel primo atto di The Monkey, o ai gemelli abbandonati a loro stessi in Gretel e Hansel del 2020. Nel caso di Keeper, la protagonista Liz trascorre alcuni giorni nella baita del suo fidanzato Malcolm, sperduta in un bosco. Si tratta della prima volta insieme nella tenuta, con la coppia che si frequenta stabilmente da ormai un anno. Uno dei primi dubbi istillati nella protagonista è proprio legato alla maternità. Parlando al telefono con un’amica, le rivela che non ha mai parlato con Malcolm dell’ipotesi di avere figli; aggiunge che “non si è mai vista come una madre”.

Per citare un cartoon amato dai piccini: “Tenete da parte questo strumento(polo), perché ci servirà più tardi!”.

Come potreste immaginare, l’intera costruzione drammaturgica (forse dovremmo definirla “strategia della tensione”, siccome tutto ruota attorno a un plot-twist che viene tenuto nascosto fino all’ultimo secondo) dell’horror di Perkins, ruota attorno a questo triangolo: maternità, natura, repressione. Proprio come il 95% degli horror a basso budget ricchi di simbologie dei giorni nostri. Il problema dell’operazione però, è strettamente legato a questa chiave interpretativa. Keeper somiglia alla moltitudine imbarazzante di film dell’orrore (o presunti tali) che seguono il “modello A24” distribuiti negli ultimi anni, da Se solo potessi ti prenderei a calci a Together, passando per Love Lies Bleeding e altre idiozie simili: passi mezzo film a sorbirti un lento ed estenuante “trailer” per il massacro demoniaco che arriverà nell’ultima mezz’ora. Tra una scena e l’altra, allusioni alle condizioni delle donne, negli Stati Uniti; simbologie che rimandano ai falli e cose simili.

Keeper si associa perfettamente a questa (non) corrente cinematografica. Ed è un peccato, perché nessuno qui si è mai permesso di negare il talento Perkins, che al netto di un film disastroso, confeziona un’opera formalmente affascinante, come di consueto. Fa riflettere in effetti, una frase detta da Malcolm all’inizio del film. Descrive suo fratello definendolo “una scatola vuota con un bel fiocco rosso”.

Si tratta di una definizione che calza a pennello allo stesso Keeper: una scatola vuota, con un bel fiocchetto rosso a tenerla sigillata. Peccato però, che la scatola debba essere aperta, nel caso del film.
È davvero sconcertante notare come tutte le rivelazioni del caso, con annesse apparizioni spettrali e mostruose di ogni sorta, vengano fatte negli ultimi venti minuti, senza che prima Perkins ci faccia assaporare l’universo fantasmagorico, a tratti gore, che ha concepito per il film. Per intenderci: le creature che vengono mostrate sul finale, spiattellano in faccia agli hater tutto il talento visivo del regista americano. Queste ultime, va ammesso, fanno accapponare la pelle: grande artigianato cinematografico.

Tutto il resto, per citare il Califfo, è noia. No, non ho detto gioia. Ma noia, noia, noia.

1.5 out of 5.0 stars
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